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Vania Lucia Gaito

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Vania Lucia Gaito

Mar31

Confessioni da giornalista

Io non sono una buona giornalista.
 
Per me i delitti son delitti e se ne deve occupare la giustizia, senza armare processi televisivi, plastici, ricostruzioni, interviste insulse a parenti disperati, abominevoli tentativi di vestire i panni di novelli Poirot che risolvono il caso seduti in poltrona. I giornalisti danno le notizie di cronaca, certo. E solamente quello dovrebbero fare. Non andare a stuzzicare le fantasie morbose di anziane casalinghe, vellicare le curiosità insane di bovini cervelli da impiegati dell'anagrafe (con tutto il rispetto per i bovini).
 
Io non sono una buona giornalista.
 
Lo spazio non mi basta. Mai. E' sempre troppo poco per le mie domande, per la mia necessità di raccontare i perchè e i percome. Non so scrivere che in quel posto c'è una rivolta in atto, una guerra. Devo sapere cosa c'è stato prima, capire come ci si è arrivati, andare a guardare e conoscere, mangiare con chi mangia sotto le bombe, dormire con loro, abbracciarli quando li saluto dopo tre giorni e mi pare di averci condiviso la vita. E solo dopo posso scrivere davvero. Prima no. Mi sembrano parole sprecate e io non so sprecare parole.
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Gen02

Dal Burundi con amore

Non è il Rwanda. E’ appena a sud dell’equatore, una manciata di terra verde e rossa, ma non è il Rwanda. La dolcezza dell’aria è la stessa, il tepore dell’aria è lo stesso, perfino la storia è la stessa. Fino a un certo punto, almeno. 
Al posto delle colline verdi c’è un altopiano, ma il sole è dolce, difficilmente si superano i trenta gradi, anche nei mesi più caldi. Un tempo qui c’erano bufali, leoni, giraffe, zebre. Un tempo. Poi, ci fu la guerra, e le foreste vennero date alle fiamme per stanare i ribelli. E’ rimasto qualche rarissimo bufalo, niente più grossi branchi galoppanti in nuvole di polvere. Molti li hanno anche mangiati. La povertà e la fame sono un pugno nell’anima. Nei villaggi, ma anche nella capitale. Quella che sembra quasi una città occidentale. 
E’ un paese povero, questo. Perfino più povero del Rwanda. Sei bambini su cento muoiono prima di aver imparato a camminare. Assai prima. Difficile, assai difficile, che diventino adulti e superino i cinquant’anni. Eppure la popolazione è cresciuta. Quindici anni fa erano meno di sei milioni, adesso sono dieci. 
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Dic29

Memorie di altri giorni

La prima volta che parlai del Rwanda, di cosa era accaduto in Rwanda, fu una sera d'inverno del 2008, a Trento.

Ero stata invitata a tenere un convegno sulla genesi della pedofilia e della pederastia nella Chiesa cattolica. Mi avevano detto che sarebbe stato freddo, invece trovai una temperatura mite, quasi primaverile. Forse fu per quello che la sala che la regione aveva messo a disposizione degli organizzatori si riempì in fretta. Ad un certo punto feci un accenno alle responsabilità della Chiesa anche in altre situazioni vergognose, non solo nelle migliaia di vicende di abusi sessuali sui bambini. Accennai ai danni che venivano da quelle che vengono chiamate missioni caritatevoli, feci un accenno al Rwanda, al ruolo che avevano giocato la Chiesa e i missionari nella genesi delle teorie razziali, nei genocidi. Mi guardarono stupiti: genocidi? al plurale? perché al plurale?

Così raccontai. Raccontai quello che non sapevano. Raccontai vicende, meccanismi, motivazioni. Guardavo le facce e leggevo stupore, annichilimento, e come una sorta di affascinato raccapriccio. 

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Il genocidio del Rwanda

Viaggio nel silenzio

 

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Vania

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Giornalista e psicologa. Collabora con il Fatto Quotidiano, con MicroMega e con alcuni quotidiani statunitensi. Ha pubblicato i volumi Il genocidio del Rwanda. Il ruolo della Chiesa cattolica (L'Asino d'Oro, 2014) e Viaggio nel silenzio. I preti pedofili e le colpe della Chiesa (Chiarelettere, 2008; seconda edizione Tea, 2010).