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Vania Lucia Gaito

Il punto

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Non sono arrivata fin qui per questo. Per tanti motivi, sì, ma non per questo. La sola idea mi lega una pietra nera nello stomaco e tutto il mio essere, la mia essenza, si ribella. E sono costretta a fare una scelta. Lo so, anche un no lui lo accetterebbe. Farebbe finta di nulla, lo imputerebbe alla mia insicurezza, a centomila problemi oggettivi, e non capirebbe.
Non è questo, l'uomo che mi ha portato via, quel giorno. E non gli basta la riconoscenza, si aspetta altro. Vuole qualcosa che io non ho più, o non so dargli. Siamo arrivati al punto, ed io ho bisogno di guardarmi nello specchio e frugarmi dentro alla ricerca di ragioni. E più frugo, più scavo, più vado a fondo, più mi accorgo che non ci sono ragioni, e quelle che trovo sono tutte le stesse, tutte le solite, medesime, banali ragioni.
Eppure le sento urlare, ogni volta nuove. Ne esamino una, e mi sembra sempre di trovarla nuova, diversa, non la solita ragione che ho sempre conosciuto.

E' un ragazzino di cui consolo le incertezze, di cui assorbo le inquietudini, per cui sono una valvola di sfogo. E i suoi sofismi vuoti di senso m'atterriscono, mi sfiniscono in lunghi ragionamenti alla fine dei quali prevale la stanchezza. Si sono cancellati, un poco per volta, perfino gli attimi felici, le risate, la complicità. C'è mai stata? Me lo chiedo e frugo, frugo, frugo. Ricerco l'ultimo momento in cui sono stata una donna, in cui m'ha guardato come si guarda una donna. Eppure non lo trovo, non lo ricordo.
E' questo l'essere due? E' tutto qui? Questo cancellarsi dell'autonomia per essere due, questo annullarsi della decisionalità per essere un sostegno? E' tutto qui? E' veramente tutto qui? Questo senso di soffocamento che prende la gola, le viscere, paralizza i sensi? Accade dunque a tutti, oppure accade a me, a me sola, e son solo io ad avvertire l'inquietudine che avverto, a cercare uno spiraglio, una via di fuga?
E sopra ogni altra cosa prevale l'insofferenza, quell'insofferenza che mi spinge a ritmi diversi dai suoi, a passi divergenti. L'insofferenza che mi fa sentire pesa ogni parola, mi fa sentire peso ogni gesto. Trascino senza gioia un fardello pesante, e ad ogni passo mi ripeto: non è mio, questo peso, non mi appartiene, non è mio, non è mio, non è mio...
Il gioco, la seduzione, la passione, si sono spenti da molto tempo. Non son più l'amante, la donna, sono il suo porto di quiete. Solo questo. Una quotidinità che gocciola via mentre consolo la sua insicurezza. La verità, è che il cuore non mi trema più. Semmai lo ha fatto. E non mi consolano le occhiate golose che di tanto in tanto scopro negli occhi di altri uomini. Non è un uomo, che mi manca. Sono io, a mancarmi. La mia autonomia interrotta, i miei silenzi interiori, la mia voglia di emozionarmi.
Quella che sta scivolando lungo questa china sterile è quaslcos'altro, non sono io. E' questo il punto.

 

Il genocidio del Rwanda

Viaggio nel silenzio

 

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Vania

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Giornalista e psicologa. Collabora con il Fatto Quotidiano, con MicroMega e con alcuni quotidiani statunitensi. Ha pubblicato i volumi Il genocidio del Rwanda. Il ruolo della Chiesa cattolica (L'Asino d'Oro, 2014) e Viaggio nel silenzio. I preti pedofili e le colpe della Chiesa (Chiarelettere, 2008; seconda edizione Tea, 2010).