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Vania Lucia Gaito

Il conto

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A Malpensa viene a prendermi lui. Sono stanca, sporca, sudata. Per tutto il volo la temperatura di bordo ha fatto concorrenza alla savana e sono avanti di sei ore, per me è notte fonda. Ho voglia solo di una doccia e un letto. In quest’ordine esatto.
Poi lo vedo. Oltre il gate di uscita, in piedi, gli occhi inquieti che scrutano tra la folla. È venuto per me, lo so. Non c’è bisogno che qualcuno me lo dica. Mi avvicino e per un attimo ci guardiamo in un’aria sospesa d’imbarazzo. Una stretta di mano? Un bacio sulle guance? Anche lui resta un attimo sospeso. Poi ci abbracciamo, ma guardinghi, esitanti. 
“Brutto volo, eh?” Mi scarica dalla borsa con la reflex, dalla valigia, mi guarda ancora. Ci avviamo fuori, e tutto ha il sapore del già vissuto, di un passato in cui ogni volta che atterravo a Malpensa lui era lì, al gate di uscita. E mi chiedo come mai sia venuto stavolta, come faceva a sapere che sarei arrivata.
“Me lo ha detto Michele, che arrivavi stasera. Ho prenotato da Shannara,tra un’ora e mezzo. Sei sempre a Corso Buenos Aires?” Fa scattare le chiusure delle portiere, saliamo in macchina. Lo guardo di sottecchi, per la prima volta dopo due anni. È più maturo di come me lo ricordavo, ha qualche rughetta intorno agli occhi. Guida svelto, preciso, senza sbavature. Penso che sono troppo stanca per cenare, poi mi ricordo del plateau Royal di ostriche e frutti di mare e appoggio la testa indietro, chiudo gli occhi. 
Il portiere dell’albergo mi saluta sorridente, ritira i documenti e mi porge le chiavi. Saliamo zitti. Apro la porta, lui appoggia la borsa della reflex, apre la valigia sul letto. “È rimasto qualcosa di pulito, qua dentro?” E mi sorride. Con una familiarità antica, di chi fa lo stesso mestiere e capisce. Lo lascio alle sue ricerche e mi infilo sotto la doccia. Dopo venti ore di viaggio è la mia terra promessa. Ma faccio in fretta, l’idea delle ostriche mi solletica. Da uno spiraglio della porta, lui mi passa la pochette porta trucchi. E di nuovo riemerge quella familiarità antica, quella conoscenza delle abitudini, il cameratismo da vecchi amanti. Asciugo i capelli senza cura, esco dal bagno a cercare davvero qualcosa di pulito che posso ancora indossare. Lui ha scovato un paio di cose, me le ha allineate sul letto. Vado a vestirmi in bagno. 
“Andiamo?” E andiamo. Di nuovo giù dalle scale, fuori, in macchina, zitti. Quando ci fermiamo davanti al ristorante, mi prende a braccetto, si porta la mia mano alla bocca. “Profumi di sapone” mi dice. Ed entriamo. È tutto come lo ricordavo. Lui ha prenotato il tavolo più ambito, quello al piano di sotto, nella “gabbia”. Non è una gabbia vera, si capisce. Un tempo il piano di sotto era una cantina e un cancello chiudeva la parte coi vini pregiati, quelli da collezione. Nel restauro, il cancello è rimasto. 
“Allora, raccontami com’è stato” mi chiede quando ci sediamo. E io glielo racconto: i posti, la gente, quello che ho visto, quello che ho sentito. Molto più di quello che scriverò nel reportage. Non riuscirò a farci star tutto, ma lui sa ascoltare. Arrivano le ostriche, il vino. Mentre mangiamo continuiamo a chiacchierare. Ogni tanto lo scopro a guardarmi, ci fissiamo per un attimo e poi distoglie gli occhi. E so perché.
“Sicché ti sei sposato” gli dico. Lui fa un mezzo sorriso. Me lo ha detto un amico comune, ma mi piace vederlo sorridere. Si stringe nelle spalle, come a dire che era inevitabile. Allunga una mano sul tavolo, io ritiro la mia prendendo il bicchiere. Mi guarda da sotto le ciglia. Io scuoto la testa. Non accadrà. Lo so io e lo sa anche lui, adesso.
“Fa differenza?” 
Lo guardo attraverso il tavolo. Mi fa quasi tenerezza. Non ha capito niente allora e non lo capisce neppure adesso. Non fa differenza, non più. Non per me, almeno. Dovrebbe farne per lui.
“Anche prima, era da te che correvo. La notte, quando uscivo dalla redazione, era da te che venivo. Eri la prima persona a cui pensavo al mattino, ogni volta che accedeva qualcosa che mi stupiva, mi emozionava, mi atterriva. Era con te che dividevo tutto. Con te.” Mi guarda con occhi ubriachi di passato. “Volevo te. Volevo stare con te. Avevo solo bisogno di tempo. E tu hai deciso che il tempo era finito.”
Ma davvero pensa così? Pensa che io me ne sia andata perché ero l’altra e non volevo esserlo più? Lo guardo da vicino. Sì, lo crede davvero. Sì, ne è sicuro. E allora glielo dico. Gli dico quello che avrei dovuto dirgli allora e che allora non gli ho detto. Perché non volevo ferirlo. Perché non volevo cambiarlo. Perché ognuno ha il diritto di essere com’è, di dare quel che vuole, senza che nessuna abbia la tracotanza di volergli insegnare come si sta al mondo. Ma ci siamo, e pazienza.
“Non volevo tempo. Non ce n’era bisogno. Alla mia età, non c’è bisogno di conferme. Non ti avrei preso, sai? Non ti avrei preso comunque, neppure se tu avessi fatto una scelta. Ma quella scelta l’hai sempre rimandata, e per questo non ti avrei preso. Non sei uno che sceglie, tu. Sei uno che s’accomoda, che non vuole perdere nulla, nessuna sicurezza e nessuna emozione. E tradisci. Avresti tradito anche me, se ti avessi tenuto. Se anche tu avessi scelto, se anche io ti avessi preso, tu avresti tradito. Hai bisogno di conferme, tu. Del brivido del nuovo, dell’incerto. Di chi ti tiene sulla corda. Di chi non sai se stasera sarà ad aspettarti oppure no, sarà pronta a entrarti nel letto o in quello di un altro. Vuoi giocare. E ti arrendi. Ti arrendi sempre. Lasci che la vita decida per te. Ti adegui. Ti adatti. Segui la corrente.
“Non fraintendermi. Con te sono stata bene. Mi entusiasmavi. Mi emozionavi. E ridevo. Dio, se ridevo. Ma poi arriva il momento in cui le cose vanno troppo avanti e tocca fermarsi. E magari chiedersi se quel che si vuole sia tutto lì: l’entusiasmo, l’emozione, le risate. E basta. Nessuno che ti corre dietro se te ne vai. Nessuno che sceglie te, perché vuole te e nient’altro, anche a costo di buttare all’aria il proprio mondo. E io non ho pazienza, sai. Non ce l’ho mai avuta. Non m’intestardisco a capire, a giustificare, a trovare una ragione. A scusare, a perseverare. Non ho tempo, non ho voglia di cambiare gli altri. Son come sono, gli altri. Io posso decidere solo se li voglio o no nella mia vita. E se li voglio, per quanto tempo. Era quel tempo, che era finito. E mi pesavi. Cominciava a pesarmi ogni istante. Malgrado l’emozione, l’entusiasmo, le risate. E quindi basta. Senza rancore. E senza tante spiegazioni, che non c’è bisogno. Lo sapevi tu, e lo sapevo io. Fin da subito, lo sapevamo, che sarebbe finita così. E che l’avrei finita io, ché fosse stato per te, ti saresti tenuto tutto e il banco vince. Vince sempre, il banco. Finché non smetti di giocare.
“E non dire che potevo provarci. Non ti raccontar storie, non serve. Non avrei cambiato nulla, di te. Avresti finto. Ed è l’ultima cosa che volevo, che voglio. Lei sì, a lei va bene così. Preferisce illudersi di averti cambiato, di averti conquistato, di averti piegato. E invece tu sei venuto all’aeroporto. E m’hai portato a cena. Magari ti sei inventato un servizio all’ultimo minuto. Uno speciale da finire per il telegiornale delle sette. Una qualunque fesseria. Tu a far finta che sia vero e lei a far finta di crederci. Ecco, vedi, non sarei buona, io, a far finta. Sicché, quando tornerò a Milano, non venire più a prendermi. Preferisco un taxi. E per lei mi dispiace. Tu, hai fatto un matrimonio molto migliore del suo. Chiedi il conto. Stavolta, pagare tocca a te.”
 
 

Il genocidio del Rwanda

Viaggio nel silenzio

 

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Vania

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Giornalista e psicologa. Collabora con il Fatto Quotidiano, con MicroMega e con alcuni quotidiani statunitensi. Ha pubblicato i volumi Il genocidio del Rwanda. Il ruolo della Chiesa cattolica (L'Asino d'Oro, 2014) e Viaggio nel silenzio. I preti pedofili e le colpe della Chiesa (Chiarelettere, 2008; seconda edizione Tea, 2010).