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Vania Lucia Gaito

Dove tutto è cominciato

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Sitt, svegliati, sitt.”

La mano che mi scuote è gentile, la voce è morbida. Con dentro una goccia di urgenza. Fuori è buio, e mi pare di aver dormito poco, troppo poco. Gli occhi mi bruciano. Non sono passati neppure dieci giorni da quando sono arrivata, ma è come se fossero passati anni. Mi tiro a sedere e nella penombra cerco gli scarponcini. Li capovolgo e li scuoto con gesti automatici, prima di infilarli. Il freddo del deserto mi penetra nella carne quando esco. Punture di mille spilli che mi bruciano la pelle nuda delle braccia. Torno dentro a cercare la camicia di flanella, ho le dita così gelide che non riesco neppure a chiudere i bottoni.

Saida, la donna che mi ha svegliato, sembra essere inghiottita dal buio. Le donne badawi, avviluppate in abiti scuri, hanno questa strana capacità di dissolversi nell’ombra, senza rumore. Le voci, poco più di un brusio, vengono dalla tenda più grande, l’unico posto in cui c’è luce. Penso che qualcuno stia male. Forse uno dei bambini, per questo mi hanno svegliato. Non è raro che accada: mal di pancia, mal di denti, mal d’orecchio. Invece nella tenda ci sono solo tre uomini, seduti sui tappeti, a bere shai, the caldo e dolce fatto con la menta. Selim, il marito di Saida, e Ahmed, il marito di Abir, indossano la solita galabia e la kefia, il terzo veste all’occidentale. Hanno visi gravi, compunti. Mi offrono il the e lo bevo in silenzio. So perché il terzo uomo è qui.

Si chiama Ashraf, ed è stata la prima persona che ho abbracciato all’aeroporto del Cairo, dieci giorni fa. E’ l’uomo che mi ha portato qui. Ed è venuto a portarmi via. Lo so prima che me lo dicano, senza bisogno che me lo dicano. Il bicchiere di vetro mi scotta le dita gelate, non riesco a scaldarmi. Sta succedendo qualcosa. O è già successa. Ma dai volti magri e affilati non traspare nulla, non un segno, un’emozione.

“Partiamo fra mezz’ora, Aidha” mi avverte Ashraf quando il mio bicchiere è vuoto. “Raduna le tue cose. Qui non è più sicuro. Ti riporto al Cairo.”

Sebbene il mio nome sia un altro, qui mi chiamano Aidha, colei che parte ma ritorna.

So che bisogna fare in fretta, non ho tempo per le domande. Se lui è qui, vuol dire che è necessario. Se lui è qui, nel pieno della notte, vuol dire che non c’è tempo adesso per chiedere spiegazioni. Devo solo sbrigarmi.

Saida e Abir hanno già preso i miei vestiti, sono piegati su una panca accanto al letto. Un letto beduino, fatto di coperte calde sulla nuda terra. Sulla panca c’è anche lo zaino. Devo solo infilarceli dentro. Ci metto sì e no un minuto. Altri due li spreco controllando in giro se ho dimenticato qualcosa. Nella scarsa luce non riuscirei comunque a vedere granché. Infilo i documenti e il visto da turista in una tasca dei pantaloni, meglio averli a portata di mano. Le due donne mi guardano zitte. I bambini dormono, non ho modo di salutarli. Murad, il più piccolo, se ne dispiacerà.

Allah a’alake allah, sitt Aidha.” Che Allah ti accompagni.

Baraka Allah u fiqum.” Che Allah vi benedica.

E non ci sono più parole. Ci abbracciamo in silenzio. Raccolgo lo zaino, batto sulla tasca dei pantaloni per accertarmi che i documenti siano ancora lì. Giro intorno un’occhiata che è già nostalgia, rimpianto. E di nuovo il freddo della notte mi punge, appena fuori. Gli uomini stanno mangiando. Prima che scatti il digiuno. E’ pur sempre il Ramadan. Ashraf si alza svelto. Poco distante c’è la macchina, un grosso fuoristrada bianco, simile a quelli utilizzati per portare i turisti a fare le escursioni. Mi prende lo zaino, lo getta sui sedili posteriori. Quando sono arrivata, me lo ha preso nello stesso modo, come se si aspettasse più peso. Avevamo riso insieme al ricordo della prima volta che ero venuta qui, carica di cose inutili. Avevo imparato.

“E’ ora, Aidha.”

I due uomini badawi si alzano. Portano le dita al petto, poi alle labbra, poi alla fronte.

“Torna presto, sitt. Salam aleik.”

Ma’aa salamah.“ Arrivederci. Anche le mie dita gelate sfiorano il petto, le labbra, la fronte. Non so quando ci rivedremo, se ci rivedremo. I loro saluti con Ashraf sono meno formali, veloci, fatti di comunicazioni visive che non mi appartengono, non so decodificare. Si scambiano frasi a bassa voce, i volti vicinissimi. E subito andiamo.

Il sedile del fuoristrada è scomodo, duro come di pietra. Mentre partiamo sollevando polvere, mi volto a guardare la tenda e sento il dolore del distacco, l’assenza di una vicinanza che già mi manca, e al contempo di una solitudine che avrei voluto ancora vivere.

Per un poco viaggiamo zitti, le luci dei fari seguono la pista che io riesco ad individuare solo a fatica. Alla luce del cruscotto guardo il profilo dalle labbra piene, gli occhi intenti a seguire la strada che, più che vedere, si intuisce. Ashraf guida come tutti gli egiziani: a velocità massima, qualsiasi sia il fondo stradale. Tra un po’ di chilometri c’è la strada asfaltata, almeno il the finirà di sbatacchiarmi nello stomaco ad ogni scossone. Penso all’orto che abbiamo costruito con gran fatica, ai semi piantati di cui non vedrò neppure i germogli. Quando tornerò, se tutto sarà sopravvissuto, troverò già i frutti. O forse solo acacie e pietre e deserto.

“Ashraf…”

La voce non pare neppure la mia. La sento grattare la gola, come fosse di sabbia. Lui fa un gesto spazientito con la mano, è troppo concentrato nella guida per parlare. Mi frugo nelle tasche, trovo il pacchetto gualcito, con le dita gelate sfilo due Marlboro, faccio scattare l’accendino, gliene passo una. Tiro boccate rabbiose, irritate.

“Non passerai, Aidha. Non stavolta.” La sua voce mi arriva come da lontano, fatico a sentirlo, soffocato dal rombo del motore e dall’aria fredda che fischia dai finestrini mezzi aperti. “C’è stato un attentato a Eilat, ieri a mezzogiorno. Nel pomeriggio, Israele ha bombardato Gaza. Sono rimasti uccisi anche alcuni militari egiziani. Non so quanti. Alcuni dicono due. Altri dicono cinque.” Soffia via il fumo, gelido, fa volare la cicca dal finestrino, in un lampo di faville. “Dicono che un gruppo terroristico sia uscito da Gaza attraverso il valico di Rafah e siano passati dal Sinai per arrivare a sud di Israele. Sostengono che, dopo la deposizione di Mubarak, l’Egitto non abbia alcun controllo sul Sinai, che è diventato una fucina di terroristi.”

“Balle.”

Adesso non sento più nemmeno gli scossoni, lo stomaco è stretto in una morsa gelida ma non per la furia con cui continua a guidare lungo il wadi. I raid aerei su Gaza sono il presagio della fine della tregua. Entrambi pensiamo all’operazione Piombo Fuso, ai bombardamenti col fosforo bianco, alle decine e decine di morti, a lui.

“La verità è che troppe cose a Israele e agli americani non sono piaciute. La deposizione di Mubarak, prima di tutto. E la riapertura del valico di Rafah. E meno di tutto è piaciuta l’intenzione di dichiarare l'indipendenza dello Stato Palestinese.” Il fuoristrada attacca una salita, lui scala una marcia, porta il motore leggermente fuori giri ed è costretto a rallentare. “Non so cosa succederà. Forse è la scusa buona per provare ad occupare di nuovo il Sinai. Forse per riprendere lo sterminio a Gaza. Ma qui non è più sicuro, per te. E nella frangia tanto meno.”

Di nuovo. Sono arrivata di nuovo vicinissima, senza poter passare. E’ la mia maledizione, il mio supplizio di Tantalo. Così a portata di mano, e così lontana. Ho aspettato troppo tempo. Avrei dovuto farlo subito. Adesso sarei dentro. E invece mi sono attardata a seminare l’orto di Abir. Che forse non vedrà mai spuntare frutti.

“Fermati, Ashraf.”

Non mi ascolta nemmeno. La strada ha ripreso a scendere, attraverso il parabrezza vedo una striscia appena più chiara all’orizzonte. Fra poco sarà l’alba.

“Fermati, Ashraf.”

“Non c’è tempo.” Mi parla come si fa con i bambini capricciosi, con calma ma senza possibilità di discussione, determinato. “So che vuoi restare. So che sei così pazza da tentare di passare comunque. So che sei così dannatamente testarda che magari ci riesci anche. Ma lui non è più là. Tu lo pensi ancora là, lo immagini ancora là. Ma lui non c’è. E io devo mantenere la mia promessa.”

Con un ultimo sobbalzo siamo sull’asfalto. Un lungo nastro in mezzo al nulla. Nulla che non sia polvere, pietra, deserto. E questo groppo amaro che mi soffoca. Perché Ashraf ha ragione, lo so. Lui non è là. Non è più da nessuna parte. Non c’è nessuno ad aspettarmi.

“C’è un volo a mezzogiorno. Arriva a Milano. Ti ho prenotato un posto.”

“Dove siamo?”

“A una cinquantina di chilometri da Qalet el Nakhl.” Adesso che siamo sull’asfalto ha ripreso ad andare forte, incurante del rischio di finire rovesciati in un fosso. “Facciamo in tempo, non preoccuparti.” Come no, facciamo in tempo a schiantarci da qualche parte. L’alba avanza lungo la striscia di chiaro all’orizzonte, comincio a distinguere sagome di alberi di acacia, qualche capanna beduina in cui la vita comincia a risvegliarsi. Fra poco, al sorgere del sole, il caldo trasformerà il fuoristrada in un forno in cui boccheggeremo come pesci.

“So cosa pensi” mi dice, gettandomi un’occhiata in tralice. “Pensi che se fossi dentro potresti almeno raccontarlo, scriverlo. E a che serve? L’altra volta c’eri. A cosa è servito? Lui c’era. A cosa è servito? A nulla. Solo a morire.” Lo dice con freddezza, una calma tagliente. La conosco bene, questa freddezza, questa calma apparente. Sono le stesse mie. Strumenti per tenere a bada sentimenti che rischiano ad ogni momento di travolgermi, di trascinarmi in un vortice dal quale non saprei tirarmi fuori. La superficie falsamente calma di un mare sotto un cielo di tempesta. Ha ragione lui, lo so. Lo sapevo anche l’altra volta, quando mi portò via nello stesso modo.

“Adesso saresti carne da macello. Potrebbero prenderti tutti, e usarti in ogni modo. Sei una buona merce di scambio.” Resta freddo, calmo. “Ci fermeranno i militari. Non vedo il motivo per cui spiegare tante faccende: sei una turista italiana che vuole andare al Cairo. Non parli arabo. Non fai la giornalista. Eri a Taba.”

Attraverso il parabrezza vedo i colori violenti dell’alba strappare il velo della notte. Maciniamo chilometri in silenzio, non c’è più bisogno di dire niente. Ci fermiamo a fare il pieno a Nakhl. Due uomini al distributore mi gettano un’occhiata distratta. Non devo avere molto l’aria da turista.

Mi sfilo la camicia, controllo nello specchietto retrovisore lo stato della mia faccia, dei miei capelli. Frugo nello zaino gettato sui sedili posteriori, trovo le collanine che mi hanno regalato le bambine di Abir. Pezzi di legno dipinti in colori vivaci, leggeri come sughero. Me ne giro due intorno al collo, sistemo i capelli pettinandoli con le dita, infilo gli occhiali da sole e mi dipingo in faccia un’aria vagamente ebete. Risalendo in macchina, Ashraf non riesce a nascondere un sorrisino. Ma non dice una parola.

Mentre viaggiamo lungo il nastro d’asfalto in mezzo al nulla, i dubbi mi riassalgono. Gli arabi sono melodrammatici, esagerati. Tutta questa urgenza, questo scappare come se fossi inseguita, come se fossi una terrorista… Guardo di sottecchi il profilo di Asrhaf, impegnato nella guida. Se è venuto a strapparmi via ai miei amici, alla mia solitudine, al mio tentativo di ricostruire argini al dolore, ha un motivo serio, una preoccupazione reale.

Nei tempi in cui non sapevo ancora che questo sarebbe divenuto l’unico posto in cui mi sarei sempre sentita a casa, è stato lui a raccattare la mia ignoranza e a trasformarla in rispetto prima e in amore dopo. E’ così facile, così scontato, così normale, giudicare sempre tutto secondo il proprio metro, guardare ogni cosa solo con gli occhi delle proprie ottuse convinzioni. Quando ero venuta la prima volta, io ero stata così. Mi portavo appresso zavorre inutili, bagagli pesanti, preconcetti ingombranti che non sapevo neppure di avere.

All’aeroporto era venuto a prendermi lui, un foglio in mano col mio nome scritto sopra. Quattro ore di volo e la lunga fila per il timbro del visto erano bastate a rendermi impaziente, nervosa. In un angolo, in mezzo alla folla di turisti in coda, tre o quattro uomini, in divisa da steward e senza scarpe, erano inginocchiati verso la mecca e si prostravano in preghiera.

“Voi stranieri ci guardate attraverso i vostri pregiudizi. Pensate per esempio che siamo poco puliti” mi aveva apostrofato accorgendosi del mio sconcerto e scambiandolo per qualcos’altro. “Solo per pregare, ci laviamo cinque volte al giorno. Le mani, i piedi, le braccia, la testa, le orecchie, perfino l’interno del naso e della bocca. E ciascuna abluzione è ripetuta tre volte. Eppure voi continuate a pensare che siamo sporchi. Tu sei Vania? Io mi chiamo Asrhaf.”

“Voi arabi avete la presunzione di giudicare tutti gli stranieri bollandoli come ignoranti e ottusi” gli avevo risposto senza acredine. “Non sono gli arabi ad affermare che uno straniero che giunge alla tua casa dev’essere ospitato tre giorni prima che tu gli chieda anche solo il suo nome? Tu sei Asrhaf? Io sono Vania.”

Aveva preso i miei bagagli e aveva fatto una smorfia. Entrambi ci eravamo studiati di nascondere il sorriso che ci saliva alle labbra. Era stato così che i nostri mondi si erano incontrati, riconosciuti. E adesso eccolo qua, a decidere per me cosa sia utile oppure no, dove posso stare oppure no. In qualche modo non ha mai smesso di considerarmi straniera.

Quando imbocchiamo il tunnel Ahmed Hamdi, sotto il canale di Suez, fa un caldo insopportabile e il fuoristrada è diventato un forno in cui entrambi sudiamo senza quasi muoverci. I sei chilometri sotterranei non bastano a regalare un po’ di frescura alla carrozzeria bollente. E ci vorranno ancora almeno due ore per arrivare all’aeroporto. Anche se non ci fosse il checkpoint sulla strada che collega Suez al Cairo, oltre agli svariati posti di blocco dove possono sempre fermarci.

Ci fermano, infatti. Ma sono distratti, annoiati. Controllano i documenti con aria svogliata e ci lasciano andare subito. Il fuoristrada morde l’asfalto, non sente fatica. Noi invece siamo stanchi, tesi. Viaggiamo zitti, ognuno perso dietro i propri pensieri. Altro posto di blocco, altro controllo distratto. Ripartiamo veloci. Guardo l’orologio. Asrhaf imbocca lo svincolo dell’aeroporto. Ci siamo.

Di nuovo qui. Dove tutto è cominciato.

 

Il genocidio del Rwanda

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Giornalista e psicologa. Collabora con il Fatto Quotidiano, con MicroMega e con alcuni quotidiani statunitensi. Ha pubblicato i volumi Il genocidio del Rwanda. Il ruolo della Chiesa cattolica (L'Asino d'Oro, 2014) e Viaggio nel silenzio. I preti pedofili e le colpe della Chiesa (Chiarelettere, 2008; seconda edizione Tea, 2010).