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Vania Lucia Gaito

Storia di una provinciale a una mostra moderna

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Io sono provinciale.

Lo dico subito, a scanso di equivoci, così non si creano fastidiosi fraintendimenti. 

Da provinciale, ci son cose che non capirò mai. Forse perché sono troppo lontane dalla mia cultura, non mi appartengono. Per dire, non capisco queste cucine da masterchef, con quattro rigatoni conditi con la gomma da masticare o con un tuorlo d’uovo crudo in mezzo al piatto, solitario come Soldini in mezzo all’oceano, che occhieggiano tristezza fra gli infiniti complimenti dei radical chic.

Per me, nipote di una nonna che i cinquanta grammi di pasta li metteva nel piatto per sentire se era giusta di sale, faccende come le cruditès, la nouvelle cuisine, i ravioli al tofu e i cannoli destrutturati senza ricotta, più che alla genialità gastronomica si avvicinano alla scelleratezza culinaria.

Se la cucina è una forma d’arte, mi piace l’arte barocca e opulenta delle lasagne, il talento antico del brasato, il genio pensoso del “pippiare” del ragù napoletano. Per i non addetti ai lavori, il verbo “pippiare” indica il formarsi di una piccola bolla d’aria sulla superficie del ragù a fuoco lentissimo, che si gonfia in maniera flemmatica e direi quasi riflessiva, fino ad esplodere. Per cucinare il ragù napoletano servono almeno quattro ore: non è far da mangiare, è poesia.

Io sono provinciale.

L’arte, per me, è una forma di comunicazione più arcaica della parola, più diretta, immediata, senza necessità di cervellotiche interpretazioni. L’arte ti prende alle viscere. È dalle viscere che sai cos’è, comunica direttamente con la tua parte più profonda, più nascosta, più antica.

Mettete Caravaggio, per dire.

La prima volta che sono andata a Ortigia, son corsa a vedere il Seppellimento di Santa Lucia. È lì, dietro l’altare, transennato per proteggerlo da mani vandaliche che possano toccarlo, sciuparlo, guastarlo. Tu entri e lo vedi a distanza. E senti subito quella fitta alle viscere, che ti morde più a fondo a ogni passo che fai verso l’altare, a ogni dettaglio più nitido che individui, a ogni pannellata che percepisci. E resti lì, imbambolata per ore, stregata, persa, con quel dolore nelle viscere che diventa un calore intenso che non vuoi lasciare, e non importa se ti fa girare la testa, se ti fa colare lacrime sulla faccia, resti inchiodata finché una mano gentile non ti scuote: “Signora, la prego, signora: stiamo chiudendo”.

Mettete il Cristo Velato di Sanmartino, per dire.

Già entrare alla Cappella San Severo leva il fiato. Si resta lì, col respiro tronco e gli occhi e i sensi inondati, storditi. Poi, al centro, anch’esso protetto da cordoncini, un uomo sdraiato, sotto un velo. Perché non è marmo, è carne. Con la mollezza delle carni di uomo addormentato, col velo che ne lascia intravedere in trasparenza il viso, i contorni del corpo, si modella cedevole sul profilo di un omero, d’un ginocchio. E devi respirare profondo, aggrapparti al cordoncino di sicurezza e stringere, stringere, finché i pensieri non ritornano e riprendi il contatto con la realtà.

Poi, ci sono altre cose. Cose che io, da provinciale, non so capire. Le tele monocromatiche e squarciate di Lucio Fontana, davanti alle quali vanno in visibilio stuoli di pseudointellettuali. Ecco, a me questa roba non suscita niente. Ma niente di niente. Mi perdo dietro le cervellotiche interpretazioni dei critici, che parlano di “pelle del quadro”. No, dico, ma ve le immaginate le risate che si farebbe un Leonardo Da Vinci di fronte a certe elucubrazioni che hanno tutto il sapore dell’onanismo cerebrale?

Poi ci sono le parole di nuovo conio, che già dal suono le guardi con sospetto. Installazione, è la parola. L’hanno tirata fuori negli anni Settanta e vi giuro che non c’entra niente coi sistemi operativi del computer. L’installazione non è una scultura. Non è il David di Michelangelo. L’installazione, come dicono i fini estimatori del genere, è un’opera concettuale pensata in funzione del fruitore. Senza fruitore, l’opera non esiste. E già questo dovrebbe bastare per starne religiosamente alla larga.

Il termine, tra l’altro, viene usato anche dagli architetti. Tanto per farvi un esempio, a casa mia, in cucina e in bagno, un architetto con notevoli disturbi mentali, ha “installato” un gradino dalla forma asimmetrica sul quale ho rischiato più volte di rompermi l’osso del collo. Sia chiaro, non ce n’era alcun bisogno: ma secondo il disagio mentale dell’architetto in questione, così si “creava movimento”. Il movimento di un corpo che cade: il mio.

Ora, immaginatevi con quale diffidenza posso aver accolto l’invito di un’amica a una mostra. L’amica appartiene a quella Palermo “acculturata” che fa legare i denti. Gli esponenti della Palermo acculturata sono come le vacche di Mussolini. Si racconta che ai tempi del fascio, quando il duce portava qualche alto papavero in visita ai territori bonificati, facesse spostare sempre le stesse vacche da una fattoria all’altra nello sforzo di dare dell’Italia un’immagine di efficienza, ricchezza e progresso. Ecco, è più o meno sempre la stessa cinquantina di persone, che presenziano ad ogni cosiddetto “evento” più per farsi vedere che per vedere.

Sia chiaro, è gente che con la cultura, quella vera, non c’entra niente: scrittorucoli di libri autopubblicati (perché, a sentir loro, gli editori seri sono troppo mainstream per l’avanguardia che essi rappresentano); artisti del servilismo che scrivono in qualche giornaletto locale ma si sentono defraudati del Pulitzer; esponenti della cosiddetta Palermo-bene con lei in mezzo tacco e lui in camicia e maglioncino di cachemire che fa tanto “benestante ma poco impegnativo”; qua e là qualche politicante di mezza tacca con aspirazioni a qualche voto, ché qui le campagne elettorali, come gli esami di De Filippo, non finiscono mai.

Insomma, gente con cui una persona veramente perbene non vorrebbe mai farsi vedere insieme.

Una cosa c’è da sottolineare: gli artisti palermitani disertano puntualmente qualunque evento non li veda protagonisti. Siano pittori, musicisti, scultori, fotografi, fumettisti o anche solo raccoglitori di cartoni che hanno scritto due righe in dialetto e si sentono colleghi dell’Alighieri. E, come direbbe l’Alighieri, “invidiosi son d’ogni altra sorte”. Perché dalla ribalta di qualcun altro si sentono sempre sminuiti, defraudati, derubati. E questo vi restituisce il calibro dei cosiddetti “artisti locali”. L’aurea mediocrità. Che no, non c’entra niente con l’ Aurea mediocritas di Orazio. E no, non parlo del marito di Clarabella.

Dunque, la mostra.

Uno degli aspetti positivi era che si teneva allo Spasimo. E lo Spasimo, da solo, è un’opera d’arte che fa venire le vertigini. Quell’architettura austera, senza fronzoli, come risucchiata dall’alto. La pietra, la perfezione degli archi, il silenzio. Il Rinascimento siciliano, cinquecento anni fa. Bastava solo quello a farmi dire di sì. E si va.

Tralascio la via crucis per arrivarci, tra Ztl, traffico congestionato nelle vie limitrofe, lotte all’ultimo sangue per un parcheggio. Basta. Troviamo un fazzoletto di spazio alla Magione. Il cuore di Palermo, quel centro storico più grande d’Europa che ha subito più tentativi di recupero del relitto del Titanic. Con esiti incerti: da una parte il furgone che smercia i panini con la porchetta o panelle e crocchè, dall’altra ristoranti chic tra i migliori della città; da una parte le facciate restaurate dei palazzi, dall’altra l’odore della munnizza semidecomposta mischiato al puzzo d’urina, umana e animale, in allegra coabitazione.

Dunque, la mostra. Di nuovo.

Entriamo. Il portone imponente è completamente aperto. Il tempo è ancora sufficientemente clemente da consentire l’esposizione delle opere d’arte lungo la navata della chiesa, penso. Il tetto, un tempo, fu di legno. Dio sa quando, crollò. Già in un dipinto del 1836 la navata era a cielo aperto. E così resta. Ma la navata non è solo orfana di tetto, ma anche della mostra che mi aspettavo. Dove, dunque?

Ci avventuriamo verso i giardini. E lì, poco vicini ad una delle mura perimetrali, li vedo. Lavori in corso. Gli operai hanno fatto un contenimento attorno a un’aiuola, una specie di cassaforma di quattro metri per lato, devono aver fatto uno scavo e poi se ne sono andati. Si sa come sono gli operai: sai quando cominciano ma non sai mai quando finiscono, a metà ti piantano lì con tutto in mezzo e dio sa quando li rivedi. Certo, potevano almeno metterci un telo a coprire. Non è mica bello che si vada lì per vedere una mostra e ti ritrovi ‘sti quattro montarozzi di terra tra i piedi. Lo dico all’amica, fine cultrice dell’arte. Lei mi fulmina con un’occhiata: “Zitta! Non sono lavori in corso!”

Le talpe! Ecco cos’è! Hanno le talpe. Un’invasione di talpe che tentano di contenere e debellare, in qualche modo, prima che devastino tutti i giardini. “Zitta, ti dico! Non son talpe!”

Termitai! Ci sono! Nidi di termiti! Però, pare strano, ma io i nidi di termiti, a Palermo, non li ho visti mai. In Africa sì, tanti. Bellissimi. Si sviluppano in profondità ma pure in altezza. Alcuni arrivano a otto, dieci, dodici metri. Regni organizzati e funzionali di popoli che non conoscono la disoccupazione, il Pil, le oscillazioni di borsa. Insetti ingegnosi, le termiti. All’interno del nido, nella parte più profonda, si coltivano il proprio cibo: funghi. Son di palato fine. Questi però, mi sembrano un pochino micragnosi, come termitai. Piccoli, mucchietti di terriccio senza struttura che arrivano si e no a mezzo metro.

Poi li vedo, e all’improvviso capisco. Le vacche di Mussolini son tutte radunate lì, fanno circolo ad un assessore, a una professoressa e a lui, l’artista. E quelli non sono scavi, non sono covi di talpe, non sono termitai. Sono installazioni! Quella è la mostra! Quattro mucchietti di terriccio è la mostra! Roba che un paio di ragazzini, con paletta e secchiello, lasciati liberi nello sconfinato prato della Magione potrebbero fare una personale assai meglio in due ore scarse.

Sento una goccia di sudore freddo lungo la tempia.

L’artista non è un artista locale. E’ un artista portoghese. E i montarozzi di terra rappresentano, nel suo immaginario, due isole: una è Pico, l’isola vulcanica delle Azzorre, l’altra è la Sicilia, con l’Etna. Ora, io a memoria la forma di Pico mica me la ricordo, ma quella della Sicilia sì, ed è pure facile: somiglia a un triangolo. Guardo il montarozzo di terra: nessuna idea manco vaga di un triangolo. Un cumulo di terra e basta. La professoressa deve aver captato qualche mia espressione scettica, e spiega all’uditorio che la forma non è sostanza, ed ecco, la Sicilia, più che ritrovarla rappresentata, bisogna immaginarla. Perché quella è un’installazione, e ricordiamoci sempre che l’installazione ha bisogno del fruitore, e il fruitore deve svolgere una parte attiva, nell’opera artistica: in questo caso immaginare la Sicilia al posto del montarozzo di terra. Va bene.

Poi tocca la parola all’artista. Che, ovviamente, non parla una parola di italiano e si esprime in inglese. Solo che nessuno ha pensato di chiamare un interprete e del quarto d’ora e passa dell’intervento dell’artista, che magari ha detto cose che farebbero invidia a fini pensatori, la platea ha catturato solo il thank you finale giusto per un blando applauso. Blando perché in fondo, non avendoci capito niente, può pure darsi che avesse detto le peggio cose, quindi applausi sì ma con moderazione che non si sa mai.

Infine l’assessore. Che secondo me ha difficoltà pure a distinguere la Gioconda da una mattonella di Nino Parrucca, ma ormai c’era e qualcosa doveva pur dirla. E che t’inventi, in questi frangenti? L’arte che unisce i popoli è sempre una carta vincente e quindi via di retorica. La fratellanza, le similitudini, la comunanza, il Mediterraneo… solo che, insomma, le Azzorre col Mediterraneo non c’entrano niente, sono in mezzo all’Oceano Atlantico, ma la platea approvava con minuscoli, affermativi cenni della testa e io a un certo punto mi sono distratta e mi son persa nella contemplazione delle mura, con una lunga fila di formiche che adocchiava le istallazioni come possibile futura casa. Io, da formica, un pensierino ce l’avrei fatto. Finché non ho sentito come un eco venire da lontano “… un lungo ponte dalla Sicilia al Portogallo…” e ho pensato che i politici son tutti uguali e quando vedono un braccio di mare la prima cosa a cui pensano è farci sopra un ponte. E se manco son riusciti mai a far quello di Messina, figuriamoci una cosa così impegnativa tipo Palermo-Lisbona, impensabile, via! Ma si trattava di un ponte ideale. Artistico.

E poi, di colpo, tutto finito. La cinquantina di persone s’è dispersa. Alla ricerca di altri eventi pregni di emozioni come quello cui avevano appena assistito. Tre o quattro però gravitavano ancora intorno all’artista, molestandolo con domande insulse in un inglese sgrammaticato da reminiscenze scolastiche. Io guardavo i montarozzi di terra e pensavo che la cosiddetta mostra dovrebbe durare fino a gennaio, ma al primo acquazzone le isole si sarebbero trasformate in un acquitrino e magari in Portogallo c’è una città che assomiglia a Venezia e l’opera d’arte la si può riciclare pure così. Sennò, addio installazioni.

Siamo uscite passando per la navata a cielo aperto. Nel crepuscolo ottobrino c’erano le prime stelle a far da tetto a un’opera d’arte vera, grandiosa, imponente, bella da fa venire la pelle d’oca. Mi veniva, in silenzio, da chiederle scusa per quelle insulsaggini in sua presenza. In sottofondo sentivo il cicaleccio della mia amica che m’aveva preso a braccetto e osannava le iniziative “culturali” cittadine.

“… e tu capisci che è un modo innovativo di esprimersi… la facoltà visiva… l’interazione col fruitore…” Siamo passate nel cortile del chiostro, ho sfiorato con le dita la pietra della fontana centrale. Cinquecento e passa anni che è lì a sentire dio sa quali scemenze, lei che è arte vera. “E poi basta con l’arte imparruccata, banale, classica. In fondo cosa dice di nuovo un ritratto, un paesaggio, una natura morta, eh? Tutto già visto, tutto vecchio. E tu non dici niente!” Siamo uscite dal portone, abbiamo svoltato verso la Magione. Io stavo attenta a non infilare i tacchi tra le fughe del basolato. “E poi Palermo deve proporre nuove forme d’arte. Siamo la capitale della cultura, sai? Dobbiamo dare spazio alle mutazioni dell’arte, al rinnovamento, alla trasformazione dell’espressione! E tu ancora non dici niente!”

Io ho alzato gli occhi. E lì, sul muro riverniciato di fresco di una casa restaurata, un ignoto artista aveva dipinto a caratteri cubitali l’unica cosa che avrei dovuto dire. Suca!

 

 

 

 

 

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Giornalista e psicologa. Collabora con il Fatto Quotidiano, con MicroMega e con alcuni quotidiani statunitensi. Ha pubblicato i volumi Il genocidio del Rwanda. Il ruolo della Chiesa cattolica (L'Asino d'Oro, 2014) e Viaggio nel silenzio. I preti pedofili e le colpe della Chiesa (Chiarelettere, 2008; seconda edizione Tea, 2010).