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Vania Lucia Gaito

Appunti di viaggio

Fuori stagione

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Amici “nordici” mi dicono che dalle loro parti fa freschetto. Qui a Palermo, invece, alle nove di mattina già si boccheggia e il termometro segna allegro 34 gradi, manco fossimo a Mombasa. Appena messi i piedi fuori dal letto, senza neanche alzarmi del tutto, ho acceso l’ipad e controllato se ci fossero cose urgentissime e impegnative per la mattinata. Niente che non possa essere rimandato, sfruttando l’occasione di rubare ancora qualche ora di sole e mare, ché oggi è lunedì e gli under 18 sono tutti a scuola e le loro madri tutte impegnate in cose del tipo  "accompagnarli-preparargliilpranzo-andarliaprendere".

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Tengo famiglia

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Rita è un medico del 118. Ha quarantatre anni ed è precaria. Suo marito insegna. Precario pure lui, si capisce. Sandra lavora al call center: contratto a progetto. Però ha i turni, le ore, le firme. Il badge da timbrare no, che se arriva un controllo sono impicci. Pure Luigi lavorava al call center, poi hanno fatto dei tagli, la crisi, e adesso fa il cameriere nei weekend. A nero, s'intende. Cinquanta euro a sera e ne spende quindici solo per andare e tornare dal ristorante. Carla fa la musicista. E lì c’è davvero da piangere. Settanta euro a sera, e ti porti gli strumenti. Anche lei, nei fine settimana, ché mica si suona tutte le sere! Claudio invece fa l’agente immobiliare. Gli hanno fatto aprire una partita iva e in realtà è un dipendente. Lavora dieci ore al giorno, compreso il sabato e mezza giornata di domenica. E neanche un rimborso spese, tutto a provvigioni. A me, qualche tempo fa, arrivò una proposta da un giornale locale: cinque euro a pezzo. Che se chiami la donna delle pulizie per lavare i vetri mentre tu scrivi l’articolo, ci rimetti.

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Sfumature estive

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No, dico: ne vogliamo parlare? Non so se a voi è capitato, ma io quest’estate non ho potuto non notarlo. All’inizio ho pensato fosse un caso. Spiaggia. Sole. Orario da lucertola abbrustolita. Risacca cullante in sottofondo. Giro l’occhio assonnato e scorgo la vicina di ombrellone. Sulla cinquantina, ma cinquanta ben portati. Costume griffato. Immersa nella lettura. Allungo l’occhio per guardare la copertina: un nodo di cravatta. Mi viene da sorridere, giro la testa dall’altro lato e mi cade l’occhio sull’altra vicina, due ombrelloni più in là. Sulla quarantina, capelli rossi vistosamente tinti, meno griffata, ma altrettanto curata dell’altra, ma pure lei con tanto di libro. Aspetto che volti pagina per sbirciare la copertina: un nodo di cravatta.

E’ stata una persecuzione. Ovunque andassi, su una sdraio, un telo, ammiccante da una borsa, c’era quel nodo di cravatta. L’ho visto in mano a ventenni e signore attempate, a fanciulle avvenenti e a matrone con vene varicose grosse come corde di un’arpa birmana, a pseudointellettuali da se-non-ora-quando e a signorine col quoziente intellettivo di un fagiano, a donne in carriera con l’aria da manager arrabbiato anche in bikini e a commesse dei grandi magazzini. Un’epidemia. Tutte lì a leggere fra le pieghe delle cinquanta sfumature di grigio. Tutte irretite dal rapporto sadomaso in salsa rosa.

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Nostalgia canaglia

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Quello che sto per dire, lo so, mi darà dei nemici. Ma Marco Travaglio io non riesco manco più a sentirlo nominare. Mi si sviluppa un’orticaria mentale, e i neuroni cerebrali cominciano a ribellarsi. Chiamatela overdose, se volete. Sia chiaro, non mi disturbano gli argomenti che tratta, anche se anche quelli, ormai, hanno stancato. Passata la prima, pruriginosa curiosità sulle notti del cavaliere, agli italiani poco importano gli scabrosi dettagli. Transeat.

Quello che risulta urticante, dopo un poco, è quell’aria da primo della classe che ha fatto bene i compiti, il tono predicatorio del professorino, e quelle battutine fra l’ironia e il sarcasmo che così male si addicono ad un giornalista, ché hanno il solo scopo di “ingraziarsi” il lettore. Io, del giornalista, ho un’idea all’antica. Lungi dall’immaginare la macchina asettica che racconta in tremila battute un fatto di cronaca, badando bene a non lasciar trapelare anche solo un aggettivo che possa dare un tocco di personalismo, io credo che il giornalista racconti le cose sempre e solo dal proprio punto di vista. Come un fotografo. Noi siamo abituati a guardare un’immagine e considerarla una riproduzione della realtà, tal quale.

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Un uomo

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Faceva freddo, quella sera. A tratti s'alzava un vento cattivo, che tagliava la faccia. Ogni tanto qualcuno scivolava via, cercando un po' di calore nell'unico bar ancora aperto. Davanti alle vetrine del bar, quattro carabinieri con grandi borse pesanti. Dentro le borse, le tenute antisommossa: caschi, manganelli, dio sa che altro. Ma non sarebbero bastati, neppure contro quelle poche centinaia che avevano sfidato il freddo, il vento cattivo. 

C'erano bambini, perfino. Alcuni piccolissimi, in braccio alle madri. Altri, che arrivavano appena ad aggrapparsi ai ginocchi, correvano sotto al palco per esser subito riacciuffati da padri preoccupati. Non c'era mica bisogno di caschi, manganelli, dio sa che altro. E infatti non ce n'è stato bisogno. La gente ascoltava la musica, cantava. Rideva. 
Finchè non è arrivato lui.
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Il genocidio del Rwanda

Viaggio nel silenzio

 

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Vania

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Giornalista e psicologa. Collabora con il Fatto Quotidiano, con MicroMega e con alcuni quotidiani statunitensi. Ha pubblicato i volumi Il genocidio del Rwanda. Il ruolo della Chiesa cattolica (L'Asino d'Oro, 2014) e Viaggio nel silenzio. I preti pedofili e le colpe della Chiesa (Chiarelettere, 2008; seconda edizione Tea, 2010).