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Vania Lucia Gaito

Appunti di viaggio

Il mondo con gli occhi di Miù

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Non sono stata io ad adottarla, è stata lei ad adottare me, mettendo subito in chiaro chi delle due comandava, chi pigliava le decisioni. Almeno quelle importanti. Le altre, quelle marginali, di poco conto, lascia che le prenda io, per lasciarmi l'illusione di avere ancora una parvenza di potere.
Gennaio 2007, un inverno tiedipo dopo un Natale in maglietta e un capodanno che pareva di essere a Rio. Il maglioncino a collo alto me l'ero messo più per l'aria vagamente bohemienne che non perchè avessi veramente freddo. La Kalsa mi mette tristezza, non posso farci nulla: pare che tutto sia lì, rimasto come appena dopo un bombardamento dell'ultima guerra. Lo Spasimo m'atterrisce: sarà quel gotico così spaventoso, quell'altezza così risucchiata verso l'alto, quel tetto spalancato come un'enorme bocca pronta ad ingoiarti.

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Il traverso

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Soffro d'insofferenza. Detesto l'estate, la gente che si riversa dappertutto, le code di automobili immobili nel traffico dell'ora di cena. Mi sono tuffata nel lavoro e faccio fatica a tenere il passo.
Sono insofferente perfino di me stessa, e sempre più spesso penso alla vela, alla selletta, agli scarponcini, al GPS, tutti chiusi in garage da un milione di secoli. Ho una maledetta voglia di tirarli fuori. Da due mesi ho ripreso a correre, a contare le proteine, a ricercare un tono da atleta, senza confessarmene la ragione, trovando alibi più o meno sensati, più o meno confacenti. La spalla scricchiola ancora. Occorreranno altri due, forse tre mesi, perchè mi possa fidare di lei. E non sarà più tempo di volare.
Continuo a rimandare il momento in cui glielo dirò. Vigliacca, inseguo il coraggio per confessarlo almeno a me stessa. So che mancano mesi, e accarezzo in segreto il mio segreto. Lui si fida di me, della mia promessa. Del resto, è la sola che mi abbia chiesto: "Muoio ogni volta che ti so lassù." E poi sono caduta. Centocinquanta metri in avvitamento: fortunata a poterlo raccontare, fortunata ad avere solo una spalla fuori gioco.

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Quello che non so dire

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Oggi s'è fatto vivo l'americano. Al telefono. Una lunga conversazione intercontinentale. In un italiano masticato male, il suo, e in un inglese, il mio, quanto mai vicino a quello di uno scaricatore dei docks londinesi. Abbiamo parlato di mercato, di marketing, di traduzione, di diffusione, di royalty.
Loro, i diritti d'autore, li chiamano così: royalty. Ancora mi pare strano: la gente che paga per leggere i miei libri. E mi ritorna in mente la conversazione con lui, quel giorno che avevo sedici anni e lui sognava per me un destino da medico.
"Allora, cosa farai da grande?"
"Sono già grande"
"Allora da più grande"
"Mah, non lo so... Vorrei scrivere."
"Ah, sì? E a chi?"

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A volte ritornano

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Lo so, mesi di post e poi mesi di silenzio.
Lo so, sarà l'età o l'umore ciclotimico.
O magari il fatto che avevo altro da fare, che ero via, ero stanca, ero incasinata.
Ok, sono tornata.
E adesso lamentatevi!

 

Libera!

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Finito! Neanche fosse stato un parto. Tre mesi di sofferenze, di smanie. Tre mesi in cui mi giravo da ogni parte senza sapere dove stavo meglio. Mi svegliavo nel mezzo della notte e mi piazzavo di fronte al computer, qualche volta mi faceva compagnia un tazzone di caffè solubile. Schifoso, d'accordo. Ma mettere su la caffettiera richiedeva uno sforzo troppo grosso. E poi c'era qualcosa nella pancia che mi tormentava, che mi costringeva a rimuginare mozziconi di frasi, avanzi di pensieri, resti di riflessioni.

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Il genocidio del Rwanda

Viaggio nel silenzio

 

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Vania

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Giornalista e psicologa. Collabora con il Fatto Quotidiano, con MicroMega e con alcuni quotidiani statunitensi. Ha pubblicato i volumi Il genocidio del Rwanda. Il ruolo della Chiesa cattolica (L'Asino d'Oro, 2014) e Viaggio nel silenzio. I preti pedofili e le colpe della Chiesa (Chiarelettere, 2008; seconda edizione Tea, 2010).