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Vania Lucia Gaito

Appunti di viaggio

Altrove

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"Come sarebbe facile comporre il tuo numero, chiamarti o scriverti qualcosa; anche solo per saper come stai, cosa fai, cosa pensi. Ma a chi gioverebbe? a cosa servirebbe? Il tempo, per sua stessa natura, oltre che il dolore cancella quella passione e quel sentimento chiamato amore che, nel nostro caso, flebilmente ci legava. Restano i ricordi ed il pensiero di qualcosa di mai nato, fatta eccezione nei miei sogni, nel mio cuore e nella mia mente. Urlo il tuo nome in un sussurro di doloroso ricordo, nessuno ascolta - non mi ascolti -.
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E poi è tutto futuro

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Voglio lasciarmi alle spalle questa terra arida.
Voglio scuotere dalle mie suole la sua polvere rossa.
Voltarle la schiena e cancellarla dai ricordi.
Voglio prendere questo treno. So che è l'ultimo, poi non ne passeranno più.

E' tardi per qualunque altra cosa. Non voglio più restare. E anche se dovessi essere la sola a salirci, su questo treno, non m'importerebbe. E' il mio.
Sicchè è giunto il momento: di partire insieme o di separarci. Io non posso restare. Questa scelta non mi appartiene. Voglio solo voltare le spalle e cancellare tutto. Ricominciare da capo. Senza bilanci, senza zavorre.
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Tipi da spiaggia

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C'è un caldo da agosto. L'asfalto si attacca alle suole e persino a camminare si dura una gran fatica. A due passi da riva si boccheggia. Una certa variegata umanità trascorre le ore a mollo in quest'acqua molliccia.
A mezzo chilometro da qui c'è il porto. Ogni tanto arriva dagli scogli un odore di alghe marcescenti misto a quello degli scarichi. L'aria è immobile. E io li guardo.
Lo so, non sono mai stata un essere socievole. Gli estranei mi infastidiscono, non son capace di fare conversazione sul tempo, sulla moda, sul cibo. Ignoro come si conduca un discorso, quando ci si trova di fronte un cervello disabitato. Tutto sommato non sono un tipo da spiaggia.
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Italia in gioco

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Cielo nero

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Aspetto. Spero che passi.
Un peso greve sullo stomaco, un respiro di piombo.
E questo cuore pazzo che non vuole placarsi.
Rimbomba nel petto, nei polsi, nelle orecchie.
Mi sono svegliata in un sudore bagnato di angoscia.
E nel buio, nel silenzio, nella quiete, aspetto che passi, mentre ad ogni respiro una pugnalata mi squarcia il petto.
Zitta.
Non ho paura di morire. Però se morissi adesso, ecco, ci sono un sacco di cose che non avrei fatto. E ho voglia di farle. Ci sono tante cose che non so. E ho voglia di saperle. Ci sono tante cose che non conosco. E ho voglia di impararle. Dio, che male.
Lui dorme. Non voglio svegliarlo. E poi non ne ho la forza. Ho paura che al solo parlare il respiro si spezzi, non so. Ho paura che un grido d'aiuto mi possa spegnere, non so. E non voglio, Dio, non voglio. Non adesso. Non ancora.
Poi, impercettibilmente, il battito s'allenta. Percepisco di nuovo il silenzio. Ritorna il tatto e mi scopro a frugare con le dita nervose fra le pieghe dei lenzuoli bagnati. Il respiro diventa più lento, più profondo. Ho sognato? Forse sì, ho sognato.
M'alzo dal letto con cautela, ho paura che torni. Tiro un respiro profondo. Il male è scomparso. Ma ho i capelli inzuppati, appiccicati al viso, la maglietta francobollata addosso. Non ho sognato. Per un attimo ho temuto di finire. E non voglio finire. Non ora. Non ancora.
Apro il balcone a cercare aria pulita. Sento il freddo della ceramica umida di notte. Alzo il naso a riempirmi i polmoni di vento.
Sopra di me c'è solo cielo nero.

 
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Il genocidio del Rwanda

Viaggio nel silenzio

 

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Vania

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Giornalista e psicologa. Collabora con il Fatto Quotidiano, con MicroMega e con alcuni quotidiani statunitensi. Ha pubblicato i volumi Il genocidio del Rwanda. Il ruolo della Chiesa cattolica (L'Asino d'Oro, 2014) e Viaggio nel silenzio. I preti pedofili e le colpe della Chiesa (Chiarelettere, 2008; seconda edizione Tea, 2010).