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Vania Lucia Gaito

Appunti di viaggio

Dimenticare Palermo

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Torno da uno sferragliare di treno durato dieci ore, in un caldo che scioglie in sudore.
Torno da una terra senza più attese, senza più speranze, senza più orgoglio.
Torno da un mondo in cui il sangue arabo ancora scorre, si mastica, si sente.
La prima volta che misi piede a Palermo mi chiesi come facessero le persone ad amarla, a viverci, a sopravviverci. Me lo chiedevo guardando le facciate secolari di certe case annerite dallo smog, lasciate rodere dal degrado, dall'incuria, dall'indifferenza, dall'apatia. Me lo chiedevo respirando un'aria di cappa pesante che lasciava un peso sul petto, come una fitta che taglia un respiro profondo. Me lo chiedevo annusando un'aria densa di polvere, di cassonetti traboccanti, di asfalto rovente.
Ci sono tornata. Ancora. E poi ancora.
Ogni volta con riluttanza e tuttavia con un senso di ineluttabilità. Ogni volta cercando di capire, ogni volta tentando di scavare. Ogni volta rosicchiata da un tarlo senza requie.
Palermo non si ama come una compagna di vita. Si ama come una donna indifferente, crudele, tormentosa. Si ama con rabbia, con caparbietà, con ostinazione. Con orrore. Si ama senza speranza e senza attesa. Con l'irriducibilità di chi non si arrende, sebbene ad ogni battaglia si sia certi della sconfitta.
Si ama con dolore.
Ed entra nel sangue a poco a poco.
E si ritorna.
Ogni volta.
Impossibile da vivere e impossibile da dimenticare.
 

Senza obbligo di equilibrio

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Oggi ho messo via la vela, la selletta, il gps.

Ero pronta a rimetterli a nuovo dopo cinque mesi a svernare in garage. Li avevo tirati fuori tre settimane fa, quando ancora non era tempo di voli, solo di idee. E di fatti avevo l'idea di dare un'occhiata, una ripulita, assicurandomi che tutto fosse pronto. E oggi li ho messi via.
Per sempre.
Io non volerò più.
E mentre lo dico sento lo stomaco che mi si stringe, un accartocciarsi lento di qualcosa dentro, un dolore che non è un dolore ma un rimpianto. Il rimpianto di non saperlo spiegare, di non saperlo raccontare, di non riuscire a trovare le parole. E quando le trovo mi sembrano inadeguate, quasi rimpicciolissero le grandezze, le sgonfiassero, le sminuissero.
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Confuso e felice

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Basta davvero, adesso.
Sono seria. E parlo sul serio.
Basta con le riviste femminile che parlano solo di sesso.
Di come ci piace farlo, di come vogliamo essere corteggiate, di come vogliamo essere abbracciate, di come vogliamo che lui faccia l'amore. Dico: c'è un limite a tutto. Pagine, pagine e pagine. Verbose e logorroiche. Dettagliate! Il peggio è proprio quello: dettagliate.

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Maschi e dintorni

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Il maschio italiano è in declino.
Non lo dice la Nexus, non lo dicono le statistiche, non lo dice Maurizio Costanzo. Lo dico io.
E lo dico con cognizione di causa.
Il mito della virilità del maschio mediterraneo ha subito un colpo durissimo. Basta guardare le donne di oggi, la spiegazione è scientifica. Non c'è bisogno di scialacquare patrimoni in sondaggi. Le femminucce sono acide. Terribilmente.
Pronte a scarnificarti al primo passo falso, pronte ad assalirti per sfogare l'aggressività sopita, capaci di scorticarti vivo al semaforo se non parti alla Montoya appena scatta il verde. Feroci, litigiose, prepotenti, prevaricatrici. Hanno idea di affermarsi così. E la ferocia e la prepotenza di queste nuove vestali del Thanatos non sono contestabili. Perchè al primo accenno di disaccordo ti sbattono in faccia che sei un maschilista, un prevaricatore, uno sciovinista, un nemico delle pari opportunità e dei pari diritti. Furbe.
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In memoriam

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Rientro a casa stanca da una giornata di pioggerellina insistente e di sole che si affacciava di tanto in tanto per vedere se era il caso.
Deve aver ritenuto di no, perchè da ora di pranzo non s'è fatto più vedere. Un pomeriggio di silenzio e uggia. Distratta come da un pensiero di sottofondo. Come quando s'è dimenticato qualcosa e resta dentro un certo senso di disagio.
Pesco una carota dal frigorifero, un ravanello. Troppo a disagio perfino per prepararmi una cena seria. Gironzolo di stanza in stanza. Inquieta. Come se aspettassi qualcosa, qualcuno. Come se avessi scordato un appuntamento, o come se mi fosse sfuggito un dettaglio importante, un dettaglio che i sensi automaticamente registrano ma che il cervello non riesce a "vedere" e lo confonde con lo sfondo, senza mettere a fuoco.
Ascolto la segreteria telefonica. Faccio un rapido riepilogo degli appuntamenti col dentista, con il veterinario del gatto, con la mia amica. Sfoglio l'agenda in cerca di illuminazione. Controllo se uscendo dall'ufficio ho preso le chiavi, il telefonino, il portafogli.
L'inquietudine resta. Lieve lieve, nell'aria. E col gocciolare del tempo cresce il disagio, la sensazione scomoda di fastidio.
Lui mi trova così, con questo nervosismo di fondo, con questo malessere vago da appuntamento mancato. Ha un viso serio serio, compunto. Getta sul tavolino il giornale di oggi. Ci sono le foto di Napolitano e di Prodi. Poi va alla libreria, tira fuori un giornale ripiegato di ventotto anni fa.
Aldo Moro assassinato.
Sul giornale di oggi non c'è neanche un riga.
 
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Il genocidio del Rwanda

Viaggio nel silenzio

 

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Vania

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Giornalista e psicologa. Collabora con il Fatto Quotidiano, con MicroMega e con alcuni quotidiani statunitensi. Ha pubblicato i volumi Il genocidio del Rwanda. Il ruolo della Chiesa cattolica (L'Asino d'Oro, 2014) e Viaggio nel silenzio. I preti pedofili e le colpe della Chiesa (Chiarelettere, 2008; seconda edizione Tea, 2010).