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Vania Lucia Gaito

Appunti di viaggio

In memoriam

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Rientro a casa stanca da una giornata di pioggerellina insistente e di sole che si affacciava di tanto in tanto per vedere se era il caso.
Deve aver ritenuto di no, perchè da ora di pranzo non s'è fatto più vedere. Un pomeriggio di silenzio e uggia. Distratta come da un pensiero di sottofondo. Come quando s'è dimenticato qualcosa e resta dentro un certo senso di disagio.
Pesco una carota dal frigorifero, un ravanello. Troppo a disagio perfino per prepararmi una cena seria. Gironzolo di stanza in stanza. Inquieta. Come se aspettassi qualcosa, qualcuno. Come se avessi scordato un appuntamento, o come se mi fosse sfuggito un dettaglio importante, un dettaglio che i sensi automaticamente registrano ma che il cervello non riesce a "vedere" e lo confonde con lo sfondo, senza mettere a fuoco.
Ascolto la segreteria telefonica. Faccio un rapido riepilogo degli appuntamenti col dentista, con il veterinario del gatto, con la mia amica. Sfoglio l'agenda in cerca di illuminazione. Controllo se uscendo dall'ufficio ho preso le chiavi, il telefonino, il portafogli.
L'inquietudine resta. Lieve lieve, nell'aria. E col gocciolare del tempo cresce il disagio, la sensazione scomoda di fastidio.
Lui mi trova così, con questo nervosismo di fondo, con questo malessere vago da appuntamento mancato. Ha un viso serio serio, compunto. Getta sul tavolino il giornale di oggi. Ci sono le foto di Napolitano e di Prodi. Poi va alla libreria, tira fuori un giornale ripiegato di ventotto anni fa.
Aldo Moro assassinato.
Sul giornale di oggi non c'è neanche un riga.
 

Stile

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Cerchi uno stile, dici. Io cerco il mio.
Lontano dal tuo voltar le spalle alla dignità, via dalla vendita dei tuoi sorrisi per un briciolo di ammirazione... Via dalle tue viltà, dalle meschinità, dalle noie.
Tutto passa. Passano i tuoi anni, i tuoi vestiti griffati, le tue auto...
Tutto si logora. Anche il ricordo.
Soprattutto il ricordo.
Cerchi uno stile, dici.
I sorrisi perfetti, tra le parole che non dici, tra le emozioni che non senti, tra la rassegnazione, l’inutilità, la noia.
Il fumo e i sorrisi della tua noia...
Cerchi uno stile, dici. Io cerco il mio.
Cerchi il tuo stile, la tua classe, l’eleganza che non hai.
La tua barca lascia scie lunghe di motore, tra i rimorsi che non senti, tutto fermo in due sole dimensioni. Io continuo a gonfiare di vento la mia vela.
Cerchi il tuo stile lassù, in superficie.
Io quaggiù cerco un perchè, un percome, un quandomai...
 

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Mantidi

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Sarà colpa del cambio di stagione, ma sono insofferente. Mi giro da ogni parte e non so dove sto meglio. Sarà anche la primavera, le allergie, l'età. Sarà che anche a vent'anni, in inverno e senza starnuti, certe cose le avrei trovate indegne lo stesso.
Sarà che qui una volta era tutta campagna, ci si affacciava e di fronte c'erano i mandorli. Adesso c'è un nugulo di casette, tutte uguali, tutte belline, tutte coi tetti rossi, le antenne paraboliche, i comignoli grigi e le grondaie bianche... madonna!
Sarà che quando s'era piccini il mondo era grande, verde e azzurro, e certe cose non ci sfioravano neppure: sicchè certi giorni mi piacerebbe tornare a guardarlo con quegli occhi e trovarlo di nuovo grande, di nuovo verde, di nuovo azzurro. E non immaginare neanche lontanamente che possa esistere Nassiria, Previti, il debito pubblico, i pedofili, il petrolio, la Monsanto.
Quando si era piccini la Cocacola era solo un bibita e i palloni erano solo palloni a cui tirar calci.
Poi cresci. E impari che al mondo esiste Dell'Utri, la strage di Bologna, la guerra tra Palestina e Israele, Ustica... e di colpo il mondo smette di essere grande e verde e azzurro per diventare piccolo, grigio e popolato di mantidi.
Non importa quale sia la vittima, la mantide ha bisogno di proteine, e quindi di divorare ogni cosa viva che sia alla sua portata. Per la propria sopravvivenza deve divorare perfino il suo compagno, durante l'accoppiamento. E lo fa senza rimpianti, senza rimorsi, senza porsi domande. Senza affetti. Mors tua vita mea. E basta.
Così in tanti, ma non solo tra quelli in alto, in vista, in vetrina. Anche tra le persone comuni, quelle che s'incontrano in ascensore, o dal giornalaio, o che pigliano il caffè gomito a gomito con noi al bar. Sembrano esseri umani normali, con le gambe, le braccia, gli occhi, i capelli. Magari sorridono, perfino.
Sarà per questo che, ultimamente, sorrido sempre di meno.
 

Piccole nausee

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Ci sono parole che al solo sentirle mi danno come un senso di nausea. Un piccolo conato di vomito appena accennato, segno evidente di un violento e fisico rigetto.
La parola uguaglianza è una di quelle.
No, dico. Basta. Sul serio. Non se ne può più.
Possibile che capiti solo a me?
L'ho sentita sventolare ad ogni comizio, ad ogni discorso pubblico, dal pulpito di ogni altare. Come una bandiera sotto le cui insegne si è certi di cantar vittoria. Una parola che fa presa sulla gente. Una di quelle parole che ad urlarle la folla si gonfia, si espande, si esalta. Come la parola libertà. Come la parola democrazia.
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Il genocidio del Rwanda

Viaggio nel silenzio

 

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Vania

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Giornalista e psicologa. Collabora con il Fatto Quotidiano, con MicroMega e con alcuni quotidiani statunitensi. Ha pubblicato i volumi Il genocidio del Rwanda. Il ruolo della Chiesa cattolica (L'Asino d'Oro, 2014) e Viaggio nel silenzio. I preti pedofili e le colpe della Chiesa (Chiarelettere, 2008; seconda edizione Tea, 2010).