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Vania Lucia Gaito

Appunti di viaggio

La maestrina

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“La mia maestra dice che non è vero!”
“Cosa, non è vero?”
“Dice che non è vero quello che mi hai raccontato, la storia degli indiani buoni e dei bianchi e dei preti cattivi. Dice che gli indiani erano cattivi e gli altri erano buoni. Devi venire a dirglielo tu, che è vero. Non mi crede. Dice che sono ignorante.”
Così andai. Lei, la maestra, sembrava il prototipo della maestrina dalla penna rossa. Solo più vecchia, sulla cinquantina. Quando si avvicinò non mi tese neppure la mano. E partì subito all’attacco.
“Le favole che lei racconta alla bambina sono diseducative.” Mi aggredì. Il naso le vibrava d’indignazione, e per un attimo fui distratta da quel naso palpitante. Ma fu solo un attimo. “La bambina crede davvero che le cose siano andate così. E quindi non conosce la storia. Quando la interrogo mi racconta le favole che lei le ha narrato. Se non impara la storia io non posso promuoverla.”
“La bambina si chiama Sofia. E quello che le racconto non sono favole.”
Il naso vibrò con più vigore, segno evidente che l’indignazione cresceva.
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Io e Grillo

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Lo spettacolo si chiamava Reset. La folla aveva cominciato ad assieparsi ai cancelli del Palasport già nel pomeriggio e ora all’interno c’erano almeno seimila persone. Era il 7 giugno 2007 e Palermo si scioglieva in un caldo afoso, sabbioso di scirocco. Meno di un anno dopo, una tempesta di vento avrebbe distrutto il tetto del Palasport, rendendolo inagibile. Ma quella sera c’era il pienone.

Grillo aveva una polo nera, a maniche lunghe. Sudava. 

Al mattino avevano montato il palco, un’enormità di tralicci e maxischermi, ma lui non era lì. Era in sala, fra il pubblico, arringava la folla, camminava avanti e indietro, e sudava. Anch’io sudavo. In quella trappola di cemento si stava come in un forno.

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Le quarantenni di Facebook

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Devo confessarlo: io leggo la home page di facebook. Più che curiosità, è interesse socio-antropologico. Per me, che sono quasi maniacale nel preservare la mia vita privata, gli utenti di facebook sono una continua fonte di stupore. Le donne, specialmente. Perché le donne di facebook esistono anche fuori dalla realtà internettiana: sono amiche, sorelle, vicine di casa, commercialiste, avvocati, parrucchiere, lattaie e, spesso, anche madri. Soprattutto se non sono ragazzine. Tipo, che so, le quarantenni. Quelle che hanno vissuto abbastanza da contemplare un mondo anche fuori da loro stesse. Almeno in teoria. Quelle che ti immagini realizzate, impegnate, interessate e interessanti. Equilibrate. 
E invece mica tanto. Perché se si legge ciò che una persona scrive, ci si mette poco a capire quali sono le sue passioni, le sue priorità, le cose che nella vita considera davvero importanti. Quei valori cardini, primari, da trasmettere ai propri figli, affinché diventino fondamento e fulcro anche delle loro esistenze. 
Le donne scrivono sul diario del mondo bianco e blu di facebook come se non ci fosse un domani. Senza remore. E tutte, o quasi, sono riconducibili a tre grandi tipologie. Come in ogni studio socio-antropologico che si rispetti.
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L’uovo di Cracco

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Sarà che sono provinciale e a certe finezze io proprio non ci arrivo, ma a me la cosiddetta cucina d’autore fa lo stesso effetto delle tele monocromatiche e squarciate di Lucio Fontana: mi lascia nella più marmorea indifferenza. A scanso di equivoci, io apprezzo l’arte così come apprezzo la buona cucina. A Ortigia, di fronte al Seppellimento di Santa Lucia di Caravaggio, ho sperimentato per la prima volta in vita mia la sindrome di Stendhal; Paul Klee, Picasso, Pollock, senza scomodare gli “immensi”, mi riempiono di stupore, d’incanto, di incredulità.

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Sono una donna

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Io sono una donna.

So cosa sono la sopraffazione, l’umiliazione, l’asservimento, la violenza, l’annichilimento. Perché sono una donna.

Fin dalla notte dei tempi, per sopraffarmi, umiliarmi, asservirmi, violentarmi, annichilirmi, l’uomo inventò la favola di un paradiso originario da cui fu cacciato per mia colpa. E per secoli mi relegò ad esser serva, m’identificò col mio ventre, derise ogni mia aspirazione, sbeffeggiò ogni mio tentativo di affrancamento.

Si servì della forza delle mie braccia nei campi, e più tardi nelle fabbriche, e non mi ringraziò mai.

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Il genocidio del Rwanda

Viaggio nel silenzio

 

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Vania

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Giornalista e psicologa. Collabora con il Fatto Quotidiano, con MicroMega e con alcuni quotidiani statunitensi. Ha pubblicato i volumi Il genocidio del Rwanda. Il ruolo della Chiesa cattolica (L'Asino d'Oro, 2014) e Viaggio nel silenzio. I preti pedofili e le colpe della Chiesa (Chiarelettere, 2008; seconda edizione Tea, 2010).