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Vania Lucia Gaito

Non fate i giornalisti

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La telefonata arriva quando non è ancora del tutto giorno. Rispondo con voce impastata. Dall’altro lato un tono sbrigativo, terribilmente efficiente. La sento come una frustata e in un attimo sono sveglia. I sensi vigili, le gambe già fuori dal letto.

Non fate i giornalisti.

Vi chiameranno agli orari più strani e pazzi per chiedervi qualunque cosa. Anche nel mezzo della notte, perché da qualche parte nel mondo è sempre mattina. O, se proprio volete, sistematevi in una bella redazione di provincia. Coi telefoni verde oliva e le scrivanie dell’Ikea tutte scompagnate. Imboscatevi e aspettate le notizie dell’Ansa, poi scriveteci qualcosa intorno e via.

Non fate i giornalisti.

Non di quelli che fanno inchiesta. Non freelance. Perché i freelance sono carne da cannone. Perché direttori e caporedattori non dormono mai e c’è sempre un emergenza da qualche parte per cui non hanno copertura. Un delfino a due teste o un ospedale bombardato in teatro di guerra. Tanto tu quattro parole in arabo le conosci, ce n’è d’avanzo.

Non fate i giornalisti.

Perché la parola che vi diranno e che vi tormenterà sarà sempre “subito”. Subito perché non hanno corrispondenti in zona. E tu sei un freelance o no? Vai, corri, vola, teletrasportati. Perché è accaduto o sta per accadere e tu devi stare “sul pezzo”. Non c’è tempo. Non ce n’è mai. L’idea di un “pezzo freddo” li ricopre di terrore. Ti blandiscono. Magari ti servirà pure. Magari ci scrivi un altro libro. Anche se sanno che non lo farai, che certe cose non le puoi raccontare, devi ingoiarle e basta. O non ci sarà un altro pezzo col tuo nome sotto.

Non fate i giornalisti.

Perché la prima telefonata, mentre controllate quella valigia sempre pronta, come quelle delle future partorienti, sarà sempre per vostra madre. Anche se vive a mille chilometri da voi. E la vostra conversazione sarà sempre la stessa. Rigida. Stentata. Affannata. Col telefono incastrato tra l’orecchio e la spalla mentre controllate quante batterie di riserva avete per il registratore. E vorreste rassicurarla. Dirle che andate a fare un servizio su un delfino a due teste. Ma è inutile, sapete che non abboccherà. Non ci crederà. Non ci crede neppure quando è vero, del resto. E non capisce. Non riesce a capire. Perché la sua vita è troppo diversa, le sue ansie vanno tutte a lampadari splendenti e tende immacolate. Non ce la farete mai a spiegarle perché per voi non è così. Soprattutto se sarete donne.

Non fate i giornalisti.

Perché nell’istante esatto che sentirete la voce al telefono, la frustata vi colpirà e dimenticherete tutto. Gli impegni mondani, i vostri amici, la persona che vi dorme accanto o quella con cui avete voglia di scoprire un’emozione appena accennata che fino a due minuti prima vi imbeveva ogni pensiero. Dimenticherete tutto. Rinnegherete tutto. Non ci sarà neppure bisogno che il gallo canti. Tutto quello che volete è un posto sul primo volo e benedite internet e il check in on line, anche se il biglietto last minute vi costa quanto un rene. Perché lo metterete in nota spese ma anticipate voi. Tenetelo presente. Vi infilerete in macchina e correrete all’aeroporto come spilli verso una calamita, e forse a un certo punto, mentre il vento si riversa dai finestrini aperti e siete a centosettanta, avrete anche un’aria da film. Non vi illudete. Dura qualche momento.

Non fate i giornalisti.

Non quelli che fanno inchiesta. Non i freelance. Non è come sembra o come vi fanno credere. Dormirete in posti improbabili. Mangerete, se mangerete, cose di cui non avete mai sentito parlare. E non farete gli schizzinosi. Credetemi, dopo un po’ non avrete più remore. Andrà bene qualunque cosa. Berrete il mate in Brasile e penserete che la vita vi sorride. E dopo due giorni berrete qualcosa fatta con verdure masticate e sputate e poi lasciate fermentare. E la prima volta che accadrà desidererete morire. Poi vi abituerete. Poi.

Non fate i giornalisti.

Sarete disposti a vendere vostra madre per una corrispondenza da Kabul, da Gaza, da Kigali. Non vi importerà quanto vi pagheranno. Non vi importerà se dovrete scuotere gli anfibi ogni mattina perché potrebbe essercisi infilato un insetto, una lucertola, uno scorpione. Non vi importerà se non vedrete una doccia per giorni e quando la vedrete sarete fortunati se ci sarà acqua calda, magari un filo appena, e ringrazierete tutti i cieli danteschi per una scaglia di sapone. Non sarà sempre così, d’accordo. Qualche volta vi manderanno davvero da qualche parte dove è nato un delfino a due teste. Ma non illudetevi. Quando sarete in quell’albergo stellato, con le lenzuola fresche di bucato e l’idromassaggio, vi sentirete defraudati. Sprecati. Inutili. Mondani. E odierete ogni istante. Ogni maledetto istante. E anelerete a deserti, cavallette, umidità che fa sciogliere in sudore e gelo notturno.

Non fate i giornalisti.

Perché ogni volta che premerete il tasto invio e il vostro pezzo viaggerà nell’iperspazio verso la redazione, sapete già che ci sarà un omino azzimato che controllerà ogni riga: questo sì, questo no, non si può dire. Un omino incolore, di cui non ricordi nulla, neppure il nome. Non ricordi nulla se non l’odio che senti per lui. Il desiderio di agganciargli i canini alla giugulare. Senti l’odio afferrarti feroce ogni volta che sposta una virgola, cancella una frase, col metodico puntiglio da impiegato del catasto. Decide lui come puoi raccontare quello che devi raccontare. Lui, che il massimo dell’esotico lo ha sperimentato con una vacanza a Milano Marittima.

Non fate i giornalisti.

Quando tornerete vi accoglieranno come foste stati in vacanza. Vi chiederanno cose che stenterete a capire. La loro immaginazione è troppo diversa dalla realtà. Voi non ditegli la verità. Non ditegliela mai. Passereste per pazzi in un mondo di saggi. Parlate dei tramonti, delle albe, di quello che volete. Ma non dite loro la verità. Non ditegli mai che i morti sono grigi. Che dopo due giorni vuoi bene al corrispondente francese come se fosse tuo fratello, un bene da commilitone. Che dopo due ore che sei arrivato ti pare normale passarsi la birra e la sigaretta con qualche tizio di cui non conoscevi neppure l’esistenza. Che ti sembrerà usuale coprirti prima di entrare in una moschea o sfilarti le scarpe all’ingresso di una pagoda. E ti sembrerà normale anche sentire quell’odio cattivo verso i turisti chiassosi che non lo fanno, che vengono ad insozzare un luogo sacro con le loro voci troppo alte, i loro cellulari, le loro reflex.

Non fate i giornalisti.

Non quelli che fanno inchiesta. Non i free lance. Perché resterete spesso a casa. A lungo. C’è sempre qualche altro che chiameranno prima di voi. Qualche altro più furbo, che sa tenere le relazioni giuste, il passo giusto, l’equilibrio giusto. Qualche altro più fortunato che correrà all’aeroporto come uno spillo verso la calamita. E vi macererete ogni istante. Aspetterete quello squillo del telefono con uno struggimento da innamorato. Desidererete quella voce, quella frustata di adrenalina. E quando arriverà dimenticherete tutto e partirete. Immotivatamente, pazzamente felici.

 

Il genocidio del Rwanda

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Giornalista e psicologa. Collabora con il Fatto Quotidiano, con MicroMega e con alcuni quotidiani statunitensi. Ha pubblicato i volumi Il genocidio del Rwanda. Il ruolo della Chiesa cattolica (L'Asino d'Oro, 2014) e Viaggio nel silenzio. I preti pedofili e le colpe della Chiesa (Chiarelettere, 2008; seconda edizione Tea, 2010).