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Vania Lucia Gaito

Cornutissima, semmai

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La prima volta che sono venuta in Sicilia è stato dieci anni fa. Prima, neppure una vacanza, un fine settimana. Fino a dieci anni fa, per me la Sicilia è stata un triangolo sghembo sulla carta geografica, separata dallo stivale da un braccio di mare. Non ne sapevo niente, o poco più.

E l’impatto fu durissimo, feroce. Prima di tutto per la luce. Diversa, potente, cruda. In quella luce il cielo diventa quasi bianco e non è possibile nascondere nulla. Poi per la bellezza. Non una bellezza canonica, liscia, perfetta. Più aspra, invece. Una bellezza senza serenità, dolorosa, tormentosa. Violenta, ecco. Non ci sono distese verdi, se non per pochissimi giorni, in primavera. E quel verde non è riposante, rasserenante. E’ aggressivo, selvaggio. Uno schiaffo sugli occhi. Tutto è duro, spigoloso, selvatico.

La prima città che m’è venuta incontro è stata Palermo. E quella prima volta che misi piede a Palermo mi chiesi come facessero le persone ad amarla, a viverci, a sopravviverci. Me lo chiedevo guardando le facciate secolari di certe case annerite dallo smog, lasciate rodere dal degrado, dall’incuria, dall’indifferenza, dall’apatia. Me lo chiedevo respirando un’aria di cappa pesante che lasciava un peso sul petto, come una fitta che taglia un respiro profondo. Me lo chiedevo annusando un’aria densa di polvere, di cassonetti traboccanti, di asfalto rovente.

Ci sono tornata. Ancora. E poi ancora.

Ogni volta con riluttanza e tuttavia con un senso di ineluttabilità. Ogni volta cercando di capire, ogni volta tentando di scavare. Ogni volta rosicchiata da un tarlo senza requie.

La Sicilia non si ama come una compagna di vita. Si ama come una donna indifferente, crudele, tormentosa. Si ama con rabbia, con caparbietà, con ostinazione. Con orrore. Si ama senza speranza e senza attesa. Con l’irriducibilità di chi non si arrende, sebbene ad ogni battaglia si sia certi della sconfitta.

Si ama con dolore.

Ed entra nel sangue a poco a poco. E si ritorna.

Ogni volta.

Perché il tormento diventa divorante, da lontano. Così, ogni volta che dall’aereo si vede il mare trasformarsi in una striscia di terra brulla, frastagliata, schiaffeggiata dalle onde, si ha la sensazione bruciante di tornare a casa. Una casa diroccata, bisognosa di restauri, di puntelli alle fondamenta, con le pareti nude e smangiate dalla muffa. Eppure casa. Anelavo a tornarci con tormento, uno struggimento da emigrante. Sapendo bene perché ero andata via e tuttavia smaniosa di un ritorno.

La Sicilia mi ha insegnato il compromesso, l’accettazione, il patto. Con me stessa. Come non hanno saputo farlo Roma, Milano, Verona. Mi ha forzato oltre il limite, cercando di capire, di capire davvero, evitando di ricorrere a stereotipi, a giudizi precostituiti, a interpretazioni sull’onda di letture giovanili di Sciascia, di Tomasi di Lampedusa. Anche quando sarebbe stato più facile, magari addirittura più giusto.

Era l’epoca di Cuffaro, della Mafia bianca, dei camerini di prova di un negozio di abbigliamento a Bagheria, poco lontano dalla clinica di Michele Aiello. Fu un impatto devastante. Perché, da lontano, da qualche migliaio di chilometri, le distinzioni sono facili, le separazioni sono semplici: da una parte quello che è giusto, dall’altra quello che è sbagliato. Netto, così. E invece da vicino i contorni sfumano, si confondono, e le certezze diventano labili. Da lontano, quando guardi al telegiornale le immagini di un’autostrada sventrata dall’esplosivo, le immagini dei resti di una Fiat 126 dilaniata, e prima ancora le immagini di una A112 profanata dagli spari e ridotta a un pezzo di gruviera grondante sangue, da lontano è facile condannare non solo chi uccise, ma un popolo, un popolo intero, che non ha sostenuto, non ha aiutato, ha voltato le spalle per indifferenza, per paura, per viltà. Salvo, poi, stendere lenzuola bianche alle finestre. Ma quando è tardi. Intitolare piazze, aule di tribunale, aeroporti. Ma quando è tardi. Quando tutto è già successo ed è chiaro che niente è cambiato, che, se domani dovesse riaccadere, accadrà ancora allo stesso modo, nell’indifferenza, nella paura, nella viltà.

Poi, li ho conosciuti. I siciliani. Un po’ alla volta, con cautela. Come quei cani che si girano intorno uno con l’altro, abbastanza lontani da sentirsi al sicuro e abbastanza vicini da fiutarsi l’un l’altro. Ho dovuto guardare. E ho visto le miserie, eppure l’orgoglio, la disillusione, e dietro ancora la speranza. E, più di tutto, ho visto la resistenza. Non quella armata, feroce, combattente. Ho visto la resistenza della vita. Quella che, umiliata, calpestata, sconfitta, non si arrende. E non si perde.

Qualche anno fa, a Palermo, per risparmiare qualche soldo da investire in attività più redditizie in termini di consenso elettorale, qualche triste figura politica decise di importare le palme dalla Tunisia invece di comprarle nei vivai. E insieme alle palme importò un insetto. Un insetto piccolo piccolo e letale. Con un nome latino difficile, forse per questo lo chiamano Punteruolo Rosso. Si insinua nella palma, nidifica e, piano piano, la divora dall’interno. Fino a lasciare un guscio semivuoto.

E le palme di Palermo furono decimate. Restarono tristi tronchi decapitati, monconi di alberi. Inutile qualsiasi tentativo di arginare l’ecatombe.

Poi, a distanza di anni, a Mondello, vidi uno di quei tristi monconi. E lassù, in cima, dove la chioma era stata tranciata di netto, un accenno di verde. Un ciuffo. Di un verde tenero, esitante. Una palma svuotata, cannibalizzata e decapitata, che però, indifferente all’essere stata svuotata, cannibalizzata, decapitata, si lascia riprendere dalla vita, risorge con un ciuffo verde ed esitante che domani sarà meno esitante, meno tenero. Sarà chioma.

Ecco, i siciliani sono così. La vita, il tentativo di vita, risorge sempre. Più che vita: sopravvivenza. E nessuno sa sopravvivere più  dei  siciliani.  La  loro  metafora  più  vera  è il giunco, protagonista perfino di un detto: calati, juncu, ca passa la china. Il motto di secoli di sofferta sopravvivenza. La necessità di piegarsi al più potente, al più forte, com’è stato per secoli, pur di sopravvivere. La sopravvivenza è più ancestrale, più elementare della vita. Prescinde la consapevolezza ed è più tenace. Darwin stesso non diceva forse che è il più forte che sopravvive? Non che vive, ma che sopravvive. Anzi, in realtà non diceva il più forte. Diceva: il più adatto. Quello che impara a chinarsi finché la piena non è passata. Quello che impara a non spezzarsi.

La complessità è tutta in questo: nella atavica sudditanza e nell’ostinazione della vita. E di piene qui ne son passate! I romani, gli arabi, i normanni, gli angioini, gli spagnoli, i borboni. Ovunque, in questo triangolo di sassi e mare, ne restano le vestigia. Soprattutto nell’anima. E si spiega così quel voltarsi dall’altra parte, quella che da lontano sembra viltà e da vicino il piegarsi ineluttabile al nemico, all’invasore, al potente e prepotente, alla mafia, al politico bugiardo che raggranella voti promettendo il posto alla regione, quello col quale ti sistemi per sempre. Ma va bene anche un contratto stagionale coi forestali, una consulenza, un contratto a progetto. Per bisogno o per ingordigia, poco importa.

E’ l’anima del suddito che fa preferire il privilegio al diritto, e per questo qui allignano i Cuffaro e i Lombardo, come altrove e più che altrove. Teatrino di pupi a cui non crede nessuno. Al punto che, all’indomani della sentenza di condanna in primo grado a cinque anni per favoreggiamento semplice e all’interdizione dai pubblici uffici, Totò Cuffaro festeggiava offrendo vassoi di cannoli. Lasciandosi fotografare dai giornalisti. Dichiarando che non si sarebbe dimesso, per non far torto a quel milione e passa di siciliani che gli aveva dato il voto, consacrandolo presidente della regione per la seconda volta, dopo lo scontro con Rita Borsellino, sorella del magistrato ammazzato nel ’92.

Quella campagna elettorale me la ricordo. Una macchina politica figlia della balena bianca della Democrazia Cristiana, quella di Cuffaro, contro l’armata Brancaleone della sinistra di Rita Borsellino. La Sicilia reazionaria, restia e ostile a qualunque cambiamento, e la Sicilia che stende lenzuola bianche alle finestre. Bastava il nome. E quello c’era, ma quello solo, in verità. Nessuna macchina elettorale, nessuna strategia politica, nessuna familiarità con il campo di battaglia. Eppure il nome bastò. Fu l’impegno di tutti. Della Sicilia perbene, onesta, pulita. Perfino gli studenti fuori sede tornarono con treni e autobus speciali, da Roma, da Milano, da Torino: solo per votare lei. Che fu sconfitta. Per una manciata di voti, meno di trecentomila. Raggranellati nei paesini dell’entroterra, strada per strada, casa per casa, promessa per promessa.

E compresi due cose. La prima fu che tanti erano disposti a brandire il vessillo dell’antimafia in cambio di una poltrona. Facendo leva sulla speranza e sull’orgoglio sopito di un popolo sopraffatto e desideroso di riscatto. Calpestando i morti, strumentalizzandoli, utilizzandoli per i propri fini. Non sempre nobili, anzi quasi mai. Non sempre puri, anzi quasi mai. E i fini erano gli stessi di sempre, anzi un fine solo, lo stesso: il potere. E poco importava se, una volta agguantato quel potere, o anche solo una parte di quel potere, non si fosse stati in grado di farne qualcosa di buono e utile, che non fosse una divisione piramidale di privilegi e prebende, una mera sostituzione di bocche intente a dilaniare il cadavere.

La seconda cosa che compresi fu che sì, i siciliani erano sudditi, ma non tutti; erano vili, ma non tutti; erano indifferenti, ma non tutti. E che non c’erano solo i siciliani pronti a vendersi per il privilegio, quello che spesso di riduceva a un buono benzina, a un piatto di lenticchie. Ce n’erano altri, ed erano tanti. Quelli che avevano creduto a Garibaldi, e si erano battuti con lui, ingenui idealisti perduti in un miraggio di libertà, inconsapevoli di consegnarsi all’ennesimo invasore, all’ennesimo nemico, che ancora una volta avrebbe razziato, sfruttato, soggiogato, violentato. Quelli che avevano creduto agli americani, e si erano battuti con loro, credendo davvero che fossero lì a liberarli e a dispensare cioccolata, ignari di quanto quella cioccolata sarebbe costata cara: Sigonella, Motta S. Anastasia, Caltagirone, Vizzini, Punta Raisi, Isola delle Femmine, Comiso, Marina di Marza, Augusta, Monte Lauro, Centuripe, Niscemi, Pantelleria, Lampedusa.

Quelli orgogliosi, tenaci, consapevoli. Quelli che avevano combattuto i romani, gli arabi, i normanni, gli angioini, gli spagnoli, i borboni. In nome della libertà. Quelli che ricordano che la Sicilia non è un’isola, è una nazione. Unita ad un’altra nazione, l’Italia, da uno Statuto che ne sancisce l’Autonomia. Alla pari. Con la facoltà di legiferare, di stabilire il proprio regime contributivo, perfino il proprio sistema di giustizia. Statuto antecedente alla Costituzione, poi radicato in essa. Promesso e tradito, pure lui. Smantellato un pezzo per volta, rinnegato un pezzo per volta. Nell’ottica colonizzatrice di relegare i siciliani al ruolo di sudditi, di elemosinatori di briciole. L’ultimo pezzo di quello Statuto, tradito proprio da Rosario Crocetta, l’attuale presidente della regione, l’ennesima burla di quell’antimafia accaparratrice di poltrone, inetta e incompetente. Nonostante una serie di sentenze della Corte Costituzionale, che assegna alla Sicilia le entrate tributarie dei siciliani, come previsto dagli articoli 36 e 37 dello Statuto, Crocetta rinuncia in favore dello Stato: un regalo da cinque miliardi. Un quarto dell’intero bilancio della regione. Tanto per gradire. Ascari, li chiamano, quelli come lui. Ascari, come in Eritrea venivano chiamati gli indigeni che combattevano sotto la bandiera italiana. Erano mercenari. Peggio, erano venduti, traditori del proprio Paese.

E dunque di nuovo quei confini che a distanza sembrano così netti, così chiari, si confondono quando ci si avvicina e nulla è come sembra. E’ difficile capire. Soprattutto quando c’è una volontà, ferma e precisa, di non dire, di non far trapelare troppe informazioni, perché l’informazione è potere. E la prossima volta quella volontà di riscatto potrebbe essere più forte, erodere quello scoglio dei trecentomila o poco meno, granello a granello, e ribaltare il trono. Peggio ancora: ribaltarli tutti.

E dunque è questo che mi faceva tornare, ogni volta, e che mi fa restare. Oltre la luce, la bellezza aspra, l’abbandono, la sudditanza. E’ questo: quella consapevolezza sottile, imperitura, della vita oltre la sopravvivenza. Ad onta della sopravvivenza, perfino. Quell’orgoglio isolano e isolato di chi tutto conosce e non si rassegna, capace di piegarsi, sì, di lasciarsi divorare dall’interno, sì, di lasciarsi decapitare in un moncone di palma, sì, ma pronto a rinascere con un accenno di verde, tenero ed esitante, che domani sarà ancora chioma.

 

Il genocidio del Rwanda

Viaggio nel silenzio

 

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Giornalista e psicologa. Collabora con il Fatto Quotidiano, con MicroMega e con alcuni quotidiani statunitensi. Ha pubblicato i volumi Il genocidio del Rwanda. Il ruolo della Chiesa cattolica (L'Asino d'Oro, 2014) e Viaggio nel silenzio. I preti pedofili e le colpe della Chiesa (Chiarelettere, 2008; seconda edizione Tea, 2010).