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Vania Lucia Gaito

E tanti saluti alla regina

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Il problema è culturale, lo riconosco. 
Non è roba di ora, è faccenda di DNA. Un percorso lungo millenni che ha modificato filogeneticamente i cromosomi, e già Dante se ne dogliava “Ahi serva Italia di dolore ostello…”. Quindi nulla di nuovo.
Però, nelle ultime ventiquattr’ore, a leggere sui social i commenti suscitati dal referendum inglese, risulta assai più chiaro quanto siamo destinati all’idiocrazia. E penso a quanto possa essere raccapricciante il suffragio universale applicato a un popolo ignorante, becero, qualunquista, miserabile e biologicamente programmato alla schiavitù mentale.
Non è questione di cultura, sia chiaro. Non c’entrano nulla le tre lauree e i master. E’ l’incapacità assoluta e totale a capire certi concetti, ad andare oltre le frasi fatte e i pensieri precostruiti, tentando di rimettere in moto i neuroni atrofizzati da secoli di lavaggio del cervello. 
Formalmente siamo una repubblica, è vero, e tuttavia gli italiani ragionano da sudditi. Non sudditi, come in Gran Bretagna, di una monarchia parlamentare democratica, ma sudditi dell’antico regime feudatario. Sudditi che pretendono il privilegio anziché il diritto, pronti a seguire qualunque bandiera purché sia una garanzia nell’hic et nunc, dimenticandosi completamente che tutto ha un prezzo e talvolta salato.
Quello che sta accadendo, in sostanza, è questo: gli inglesi hanno deciso che l’Unione Europea non è una faccenda nella quale vogliono essere immischiati. Si sono ripresi ombrello e bombetta, e tanti saluti. E i social sono esplosi. Letteralmente.
C’è chi sostiene (ma evidentemente conosce assai poco gli inglesi) che il governo farà di tutto per aggirare i risultati del referendum, andare contro il volere dei britannici e restare nell’Unione. Signori, queste faccende accadono in casa nostra, dove votare o no non fa alcuna differenza e ci pigliano solo per i fondelli. Non estendete la chiave di lettura, non è così che funziona. Non sono mica italiani, questi!
C’è anche chi sostiene che sarà una disfatta economica per la corona, questi qua vivono su un’isola, importano tutto, si vestono male, mangiano peggio, neanche hanno il bidet, dove vuoi che vadano! Fesserie autorassicuranti. Dal punto di vista energetico, sono abbastanza autosufficienti. Al punto da ridurre le produzioni dal nucleare. Da noi, quando qualche anno fa andò giù un traliccio che portava energia dalla Francia in Italia, restammo al buio tre giorni. Tra il 2012 e il 2013 il Regno Unito ha letteralmente raddoppiato le esportazioni, che sovrastano decisamente le importazioni. Noi in Italia siamo più o meno in pareggio, tanto quanto. Dal 2011 abbiamo perso, in esportazioni, cinquanta miliardi di dollari l’anno. Un bel primato: tanto per dire, le esportazioni dalla Grecia sono in crescita dal 2010 e le importazioni in calo nettissimo dallo stesso anno.
E poi, non dimentichiamoci che gli inglesi hanno sempre, nelle faccende europee, tenuto un piede dentro e uno fuori. Siamo nel mercato, d’accordo, ma ci teniamo la sterlina. Europa, va bene, ma non ci dimentichiamo che siamo sempre figli dell’impero. 
Il cerino resta in mano a noi, che abbiamo inneggiato all’Unione europea come all’ennesimo messia. Sempre pronti a calarci le braghe davanti a chiunque ci bussi all’uscio e assai più simili al Burundi e al Senegal che non agli europei. Siamo amanti dello straniero, noi. Ci mettiamo padroni in casa e speriamo che qualcuno venga a liberarci. Senza sapere che regolarmente finiamo dalla padella alla brace.
Anche con questa faccenda dell’Europa, per esempio. L’involuzione a cui siamo stati sottoposti è agghiacciante. Ve le ricordate ancora, le eccellenze italiane? 
Il signor Olivetti realizzò prima le macchine per scrivere e poi i computer. Gli ingegneri della IBM venivano a formarsi da noi, a Ivrea. Venivano ad imparare.
E la manifattura, i vestiti, le scarpe italiane! Quando ancora non si mandavano a cucire in scantinati cambogiani o in gomorristiche “fabbriche” casertane. Oggi, nelle Marche, patria da sempre dei calzaturifici, le poche aziende non sanno ancora se e per quanto potranno tirare avanti.
Ma dell’agricoltura, ne vogliamo parlare? La Sicilia, che era il granaio dei romani e la patria indiscussa degli agrumi, è al collasso. Si ricevono fondi europei per lasciar marcire gli agrumi sugli alberi e importare quelli dalla Spagna e da Israele. Una politica suicida, senza speranza. Che fa il paio solo con l’importazione del grano cinese, una vergogna nazionale.
E poi la cultura, la musica, il cibo. Una nazione dove a ogni passo c’è un reperto archeologico, un vaso etrusco, una statua romana, un’anfora pompeiana, un tempio greco, una fortezza araba. Un patrimonio artistico ed archeologico da fare invidia a chiunque, un’eccellenza assoluta per numero e varietà. Nel migliore dei casi abbandonati a se stessi, nel peggiore razziati e decimati. 
I santuari della musica, i teatri lirici, sono diventati roba per vecchi bacucchi, mummie danarose e impolverate, e alla plebe si danno in pasto la Pausini e, Dio ci assista, Gigi D’Alessio! 
E, a proposito di pasti, del cibo ne vogliamo parlare? Com’è che le nostre lasagne, a New York, si pagano trenta dollari a porzione e noi mangiamo da McDonald’s? Com’è successo che gente di calibro improbabile è riuscita a propinarci l’idea che quattro rigatoni coperti di colla siano un pasto, e per giunta estremamente cool?
Così, alla fine, il problema non è l’uscita dall’Unione Europea dei signori inglesi. Il problema è di chi ci rimane, convinto che di quest’Europa non si possa fare a meno. Un’Europa che ci costa assai più di quanto le diamo, non solo in termini economici ma di autodeterminazione. I sudditi veri, credetemi, non sono quelli di Elisabetta. Siamo noi. Noi che abbiamo lasciato che ci svendessero un pezzo alla volta. Abdicando alla nostra supremazia. Via l’acciaio, prima di tutto. L’acciaio italiano che era il migliore del mondo. Abbiamo smontato tutto e regalato la supremazia alla Germania. Via la manifattura. Via l’agricoltura, via il design (ma le avete viste le cose indegne che vi fanno comprare?), via l’ebanisteria per far largo a Ikea, via la cultura, la musica, il cibo. Via tutto. 
Credetemi, il problema non è l’uscita del Regno Unito dall’Europa. 
Il problema è il nostro DNA. Da servi.
 
 

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Vania

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Giornalista e psicologa. Collabora con il Fatto Quotidiano, con MicroMega e con alcuni quotidiani statunitensi. Ha pubblicato i volumi Il genocidio del Rwanda. Il ruolo della Chiesa cattolica (L'Asino d'Oro, 2014) e Viaggio nel silenzio. I preti pedofili e le colpe della Chiesa (Chiarelettere, 2008; seconda edizione Tea, 2010).