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Vania Lucia Gaito

Via Maqueda e la mancanza di dignità

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Ne avevo sentito parlare. E, attratta dalle parole, sono andata.
Ho parcheggiato all’imbocco di via Cavour, sotto l’ala protettrice di un parcheggiatore abusivo, e sono andata.
Alla scoperta della fantasmagorica via Maqueda pedonalizzata e pronta per le frotte di turisti.
E sono rimasta agghiacciata. 
Bernardino de Cárdenas y Portugal, il duca di Maqueda, che alla fine del 1500 la fece costruire, resterebbe folgorato da tanta immane bruttezza, desolazione, mancanza di progettualità e finalità e, soprattutto, mancanza assoluta di gusto.
La strada storica, l’asse viario antico, quello che ad ogni passo dovrebbe sussurrare bellezza e ricordo, grondare storia dai fasti antichi fino alla strage del pane, è un tripudio di deformità e disarmonia, un gigantesco rigurgito nauseabondo.
Da dove vogliamo cominciare? Dall’asfalto? Passi anche il fatto, di per sé un abominio, di una strada storica asfaltata. Il basolato o i sampietrini, assai più adatti al contesto della via, sono stati sacrificati al bitume. Il bitume, si sa, è più redditizio. Necessita continuamente di manutenzioni, mentre il basolato e i sampietrini sono praticamente eterni, signori del tempo. E’ con l’asfalto che si spende, quindi via libera all’asfalto. Poi, quando i soldi non sono più quelli di una volta, pazienza se la pavimentazione di via Maqueda è tutta una crepa, un rattoppo, una buca. Cosa fatta capo ha.
Se alzate gli occhi dall’asfalto (non fatelo mentre camminate, per carità, ci sono buche che possono catturarvi fino al centro della terra in un attimo e, di voi, i vostri amici e parenti non saprebbero più niente neanche foste stati rapiti dagli alieni) potete ammirare i palazzi. Oddio, ammirare non è la parola. Qualche antica facciata è stata restaurata, questo sì. Facciata, sia chiaro. Sì, esatto, solo il pezzo davanti. Quello che si vede dalla strada. Se fate capolino ai lati, la desolazione vi assale, tra muri scrostati, intonaci marcescenti e finestre pericolanti. Un dispiacere, perché molte, moltissime di quelle case, sarebbero davvero belle. Caratteristiche, pur non essendo capolavori architettonici come palazzo Comitini. Devastate dall’incuria, sono state almeno risparmiate dalla mano sacrilega che avrebbe volentieri coperto di linoleum i pavimenti a tappeto e sostituito le finestre e gli scuri con l’alluminio anodizzato, se solo avesse avuto i piccioli per farlo. Ovviamente, un progetto di recupero non è neppure nella mente di Dio. La consolazione è che almeno resteranno in piedi dopo il crollo delle indecenti palazzine costruite negli anni Quaranta e Cinquanta con lo stesso, osceno criterio dell’abuso edilizio: cubi e parallelepipedi con finestre che sembrano enormi occhi colmi di rimprovero. In quelle, dove negli impasti cementizi hanno avuto la brillante idea di infilarci anche la sabbia di mare, del ferro è ormai rimasto poco e niente. Si tengono in piedi per pura inerzia, come i castelli di carte. Esisterà un piano di recupero, di messa in sicurezza, di abbattimento e ricostruzione, magari con criteri architettonici meno infami? Non siate blasfemi. La politica locale non si occupa mica di queste piccolezze!
Se, disgustati, riabbassate gli occhi, potete ammirare lo sfolgorio dei negozi. Ve bene, ho esagerato. Bottegucce tristi, tristissime, che tracimano cattivo gusto, chincaglierie e sconcezza. Qua a là qualche attività con gli interni in pastello e le insegne colorate che tentano un po’ di allegria in mezzo al deserto di desolazione e servono solo ad aumentare la miseria dello squallore. Ho visto turisti inorridire davanti ad una vetrina di abiti da sposo col risvolto della giacca coperto di strass e lustrini. E, di fronte all’esposizione di un paio di orrendi sandali di plastica con un enorme tacco quadrato ricoperto di pretenziosi pezzi di vetro, io stessa ho avuto un leggero mancamento.
Ho dovuto sedermi un attimo su una panchina. Una panchina di una tonalità di grigio appena più scura di quella dell’asfalto. Bollente. Senza spalliera. Con la pretesa di sembrare di marmo. Ed è stato allora che le ho viste. Viste davvero, intendo. Registrate come esistenti. Suppongo che l’occhio le avesse sfiorate anche prima, ma il cervello deve aver tentato di cancellarne l’immagine. Per autodifesa. Le fioriere. Cioè, quelle che si vogliono far passare come tali. Cubi di ferro arrugginito e scrostato che ospitano infelici vasi di plastica e, dentro ciascun vaso, una sconsolata piantina di bosso, quella con cui si fanno le siepi, tagliata a forma di sfera. Una trentina di centimetri di diametro. Trenta centimetri di avvilimento e malinconia. 
Sono rimasta lì non so quanto. Minuti che sembravano ore. Attratta mio malgrado dalla profondità del degrado, come quando si guardano quelle vecchie signore incapaci di accettare il passare degli anni e che tentano in ogni modo di apparire tristemente giovani ricoprendosi di chincaglierie da quattro soldi e cosmetici volgari, finendo col diventare maschere grottesche di se stesse. O forse ero solo stordita dall’odore dolciastro e nauseabondo della spazzatura lasciata a marcire nei vicoli sotto il sole cocente.
Sentivo la bruttezza appiccicarsi addosso, come un sudario opprimente. Mi sono tirata in piedi e mi sono lasciata trascinare dall’orda fino al teatro Massimo. Sono sgusciata in macchina e lasciata portare altrove, finché non ho visto il mare. Sono scesa nel vento, e ho aspettato che la salsedine asciugasse il disgusto. 
E il dolore.
 
 

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Vania

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Giornalista e psicologa. Collabora con il Fatto Quotidiano, con MicroMega e con alcuni quotidiani statunitensi. Ha pubblicato i volumi Il genocidio del Rwanda. Il ruolo della Chiesa cattolica (L'Asino d'Oro, 2014) e Viaggio nel silenzio. I preti pedofili e le colpe della Chiesa (Chiarelettere, 2008; seconda edizione Tea, 2010).