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Vania Lucia Gaito

Lo scoglio di Ortigia

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Ti sarebbe piaciuto, questo posto. C’è quella calma antica che amavi, la maestosità caravaggesca e vicoli larghi quanto corridoi.

Ti sarebbero piaciuti i panni stesi, i balconi che grondano gerani e l’odore del mare. Lo senti ovunque qui, e tu amavi il mare. Bambina piccolissima, a malapena ti trotterellavo dietro, ho imparato da te quell’amore, quel lasciarsi andare all’acqua, sentirsene parte, diventare acqua con lei. Tra le tue braccia, in mezzo a quella distesa di azzurro sotto l’azzurro, mi sapevo al sicuro. Lontana da sporcizie e malinconia, in un mare che, dall’alto, sembra sempre pulito.

Ti sarebbe piaciuta anche la mia casa. Piccola, persa come me in uno di quei vicoletti del quartiere ebraico, tanto vicina al mare da sentirlo muggire quando è tempesta. C’è un patio con un rampicante: quando il tormento mi morde lo stomaco, resto lì a scrivere fino a sfinirmi.

L’aria è dolce, qui. E il cielo ha una luce che non c’è da nessun’altra parte. E la gente è pigra e gentile. Sorride, e ha gli occhi buoni. Un’anziana signora al mercato, a cui ho chiesto indicazioni per raggiungere un negozio, mi ha chiamato “figlia mia”. E in attimo i suoi capelli di zucchero legati a crocchia li ho visti come dietro un velo d’acqua. Sono come senza pelle, il più piccolo tocco diventa devastante.

Il mercato è dietro il tempio di Apollo. A raccontarlo, potresti immaginare che è uno scempio accostare bancarelle e solennità, e invece è bello. Ti rovescia negli occhi migliaia di colori. Ho comprato due collane di rame da una donna ghanese. Bellissima, imponente, nera d'ebano e sorriso d’avorio. E poi mi hanno dato da mangiare. Mi hanno offerto di tutto. Olive, pezzetti di formaggio, piccoli pesci fritti che ti avrebbero fatto impazzire. E un’ostrica gonfia di mare. Me la sono rotolata sulla lingua e sul palato, prima di inghiottirla. Il paradiso.

Non faccio vita mondana. Ho bisogno di “ripararmi”, come dicevi tu, ma dopo di te non ho trovato mai un meccanico davvero bravo, e mi tocca far tutto da sola. Vagabondo nei vicoli, mi lascio attrarre da negozietti di antiquariato, dalle granite di mandorle, dai batik, dai souvenir per turisti. Sono tornata a vedere il Caravaggio. Sono rimasta a lungo in piedi, travolta dalla potenza, finché non mi hanno toccata sulla spalla per dirmi che stavano chiudendo.  

Ieri sera ho incontrato Dario. Era tardi e ci siamo seduti sulle scale del duomo a far chiacchiere. Sigarette e filosofia. Mentre rientravo, tra i vicoli deserti, ho realizzato che qui sono al sicuro. Come lo ero con te.

Stamattina sono uscita presto. Ho camminato lenta fino agli scogli e ho aspettato che il primo sole s’infrangesse in milioni di stelle sulla superficie dell’acqua. Ho attraversato le banchine di legno e sono arrivata fino allo scoglio più lontano. Quello che mi fa così tanta paura, lo sai. Poi mi sono cavate le scarpe e i jeans, mi sono avvicinata all’orlo e ho guardato in basso. Di nuovo un morso allo stomaco, la solita paura che mi tirava indietro. Ho guardato giù. Gli scogli oltre la superficie trasparente sembravano vicini, troppo vicini, troppo a fior d’onda. Ma è un’illusione, sai? Sono profondi, è l’acqua a falsarne la prospettiva.

Così l’ho fatto. Non credevo, e invece l’ho fatto. Ho tirato indietro le braccia, ho preso fiato ed è bastato un salto. L’acqua mi si è rovesciata nelle orecchie, negli occhi, mi ha inghiottita e subito mi ha sputato con forza verso l’alto. E in un attimo respiravo di nuovo, la faccia pizzicata dal sole.

E ho finalmente riso, papà.

 

Il genocidio del Rwanda

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Giornalista e psicologa. Collabora con il Fatto Quotidiano, con MicroMega e con alcuni quotidiani statunitensi. Ha pubblicato i volumi Il genocidio del Rwanda. Il ruolo della Chiesa cattolica (L'Asino d'Oro, 2014) e Viaggio nel silenzio. I preti pedofili e le colpe della Chiesa (Chiarelettere, 2008; seconda edizione Tea, 2010).