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Vania Lucia Gaito

Movida palermitana: cronache dal disastro

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Vi sarà capitato, credo. State via da Palermo per qualche tempo e poi tornate. E magari una sera decidete di tuffarvi nella movida locale. Programma: cena, quattro passi, bere qualcosa da qualche parte. In centro, chiaramente.

Ho scoperto a mie spese quanto possa essere faticoso un programmino tanto semplice nelle intenzioni. Prima di tutto la cena. Perché c’è il rito della prenotazione. Da effettuarsi la sera prima. La gentile fanciulla che risponde al telefono ci chiede a che ora vogliamo prenotare. Precisa, vuole altrettanta, svizzera precisione. E con svizzera precisione, alle nove siamo lì. Posto rustico, di quel rustico che poteva andare di moda a metà degli anni Ottanta. Ci accompagnano al tavolo. E il tavolo è in assoluto il peggiore possibile: quello accanto alla porta della cucina. Un filo peggio di quello accanto alla porta del bagno.

Ora, in qualunque locale dove paghi una bistecca più o meno quanto due barili di greggio, si sa che non devono esserci tavoli accanto alle due porte in questione. Per motivi piuttosto ovvi, nel caso della porta del bagno. Per motivi forse meno ovvi ma altrettanto pregnanti nel caso della porta della cucina. Perché dalla cucina si entra ed esce continuamente, con una serie di piatti in equilibrio spesso precario, e basta niente a ritrovarsi in un bagno di zuppa. E’ chiaro che il posto d’onore, spalle alla porta, tocca a me.

Ve lo dico da subito: il cibo era eccellente. Il servizio, invece, agghiacciante. Intanto, prima di vedere un volto amico con un taccuino per prendere le comande, c’è voluta una mezz’ora buona. Al volto amico chiedo se sia possibile avere una costata di angus. Il volto amico diventa di colpo assai meno amico, e con aria di gentile rimprovero mi spiega che l’angus non ha costate, ma solo filetto. Per qualche secondo mi balocco mentalmente con l’immagine di un Aberdeen Angus, possente bovino scozzese con una stazza intorno alla tonnellata, completamente priva di apparato osseo, ma è inutile discuterne e chiedo un’insalata mista. Gli altri si baloccheranno col filetto.

Altra precisazione: la carne era fantastica, cotta perfettamente e talmente tenera che si tagliava da sola, per soggezione, alla sola vista della lama del coltello. L’insalata mista era una tristezza scondita che neanche nelle diete del dottor Longo; un piatto di desolazione e malinconia senza alcuna cura, ché chi si nutre di erba non la merita. Ovviamente, verso la fine, non poteva mancare il colpo di scena. La porta della cucina si apre violentemente e sbatte con furia assassina contro lo schienale della mia sedia. A un centimetro esatto dalla mia nuca. Se non mi fossi chinata in avanti a prendere il bicchiere, probabilmente scriverei da traumatologia. Caso mai. Lo schiocco legno-contro-legno è stato così potente che l’intero locale è rimasto congelato. Tranne il cameriere, che con candida e noncurante ignavia ha proseguito nel suo tragitto con una romana ai funghi e una capricciosa. L’opportunità di almeno scusarsi, mi pare ovvio, non è neppure contemplata.

Imperterriti, all’uscita abbiamo deciso di proseguire, con grande sprezzo del pericolo, nel programma prefissato. Obiettivo: raggiungere la zona del Teatro Massimo. In macchina. Ed è stato il delirio. Perché, non so come, ad un certo punto ho guardato fuori dal finestrino ed eravamo alla cala. Dopo quasi un’ora di traffico, e parcheggi illusori come miraggi nel deserto, decidiamo di lasciare le auto al parcheggio del tribunale. Quello Apcoa, sì. Quello con un costo/ora pari a quello di un organo non vitale. E raggiungiamo a piedi la zona prescelta. Intruppati in una fiumana di gente e affumicati dai caldarrostai, che con trenta gradi non mi sembrano poi del tutto indicati. Non so voi, ma io con un caldo così, se proprio dev’essere, mi aspetto la bancarella del polipo bollito.

Uscire a Palermo, di sabato sera, è un esercizio di analisi antropologica. Due metri davanti a me, per dire, c’era un gruppo di adolescenti. Uno di questi, jeans col risvoltino e capelli creativi, all’incrocio tra piazza Verdi e via Ruggero Settimo, ha pensato bene di esprimere il proprio entusiasmo per la serata assestando possenti pugni alla cartellonistica dei divisori dei marciapiedi. E’ stato uno di quei momenti in cui ho caldamente desiderato il possesso di un teaser. Neanche a dirlo, si è baldanzosamente diretto verso via Maqueda. Ovvio.

L’umanità vagante in via Ruggero Settimo, il sabato sera, è assai variegata. Sorvolando sul numero incalcolabile di risvoltini e sopracciglia maschili più depilate di quelle di Mina ai tempi d’oro, ho potuto apprezzare fanciulle che indossavano il tacco 12 camminando con la stessa leggiadra grazia delle antilopi appena nate che si vedono su Discovery Channel, giovani uomini talmente lampadati che si confondevano col buio e per trovarli bisognava seguire la scia di Acqua di Giò, gruppi di quarantenni scalmanate e ridanciane come adolescenti. Tutti confusi in una fiumana di deodoranti e gel per capelli.

Via principe di Belmonte c’è sembrata un miraggio. Abbiamo conquistato un tavolo e al solerte cameriere abbiamo chiesto da bere. Qualche temerario ha chiesto una Caipiroska. Ora, se chiedete al vostro cane, probabilmente sa anche lui come prepararla: vodka, zucchero di canna e lime. Facile, no? No, perché quello che arriva era vodka (di quelle più commerciali e dozzinali, ma transeat), zucchero bianco e limone. Limone.

E quello che ho realizzato, seduta al tavolo sorseggiando un drink sbagliato, è che il livello di pressappochismo e improvvisazione della piccola impresa palermitana rasenta l’imperdonabile. Il cliente, cioè colui che paga per ricevere un servizio (troppo spesso inadeguato, se non pessimo), è nel migliore dei casi considerato alla stregua di un pezzo di arredamento, nel peggiore una seccatura. Non stupisce che tante attività chiudano. E non c’entra la crisi, la ztl, le tasse. Il problema maggiore è la mediocrità. E neanche tocco l’argomento “musica dal vivo” altrimenti ci ritroviamo a piangere più della madonna di Civitavecchia.

A fine serata, al momento di recuperare le auto, abbiamo trovato la saracinesca del parcheggio saldamente chiusa. Accanto c’era un citofono e abbiamo suonato. Ci crediate o no, hanno risposto da Mantova. Una voce nordica e seccata ci ha informato, tra un fischio e l’altro del mezzo di comunicazione, che per riprenderci le macchine dovevamo prendere il passaggio pedonale sopra la nostra testa. E il dialogo s’è fatto più surreale che in Hellzapoppin’.

“Guardi, dobbiamo riprendere le auto e qui è chiuso.”
“Dovete cercare – fischio - il passaggio pedonale – fischio – che avete sopra la testa!”
“Guardi, sopra la testa qua abbiamo un tetto di stelle. Non mi faccia essere poetico.”
“Il passaggio! – Fischio. – Sopra la vostra testa!”
Intanto s’erano aggiunti altri automobilisti orfani di vettura e smaniosi di ritrovarla. Molti spazientiti. Qualcuno decisamente nervoso. Che ha pensato bene di prendere il comando della situazione:
Virisse che non c’è nessun passaggio!”
“Dia un’occhiata – fischio – sulla sua testa. Cosa c’è – fischio – sulla sua testa?”
Supra a mia nuddu. Supra a sua, tri palmi e mienzu i coirna!

Degna conclusione.

 

Il genocidio del Rwanda

Viaggio nel silenzio

 

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Vania

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Giornalista e psicologa. Collabora con il Fatto Quotidiano, con MicroMega e con alcuni quotidiani statunitensi. Ha pubblicato i volumi Il genocidio del Rwanda. Il ruolo della Chiesa cattolica (L'Asino d'Oro, 2014) e Viaggio nel silenzio. I preti pedofili e le colpe della Chiesa (Chiarelettere, 2008; seconda edizione Tea, 2010).