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Vania Lucia Gaito

Memorie di altri giorni

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La prima volta che parlai del Rwanda, di cosa era accaduto in Rwanda, fu una sera d'inverno del 2008, a Trento.

Ero stata invitata a tenere un convegno sulla genesi della pedofilia e della pederastia nella Chiesa cattolica. Mi avevano detto che sarebbe stato freddo, invece trovai una temperatura mite, quasi primaverile. Forse fu per quello che la sala che la regione aveva messo a disposizione degli organizzatori si riempì in fretta. Ad un certo punto feci un accenno alle responsabilità della Chiesa anche in altre situazioni vergognose, non solo nelle migliaia di vicende di abusi sessuali sui bambini. Accennai ai danni che venivano da quelle che vengono chiamate missioni caritatevoli, feci un accenno al Rwanda, al ruolo che avevano giocato la Chiesa e i missionari nella genesi delle teorie razziali, nei genocidi. Mi guardarono stupiti: genocidi? al plurale? perché al plurale?

Così raccontai. Raccontai quello che non sapevano. Raccontai vicende, meccanismi, motivazioni. Guardavo le facce e leggevo stupore, annichilimento, e come una sorta di affascinato raccapriccio. 

Io raccontavo e loro ascoltavano, dritti, tesi sulle sedute delle poltroncine imbottite che improvvisamente diventavano scomode. E il tempo gocciolava via. Ogni tanto mi fermavo, chiedevo se fossero stanchi. Scuotevano le teste e basta, solo gli occhi chiedevano di andare avanti. Gli altri relatori ascoltavano con lo stesso interesse, muti, dimentichi del tempo che stavo rubando ai loro interventi. Alle undici salì un usciere, fece cenno ad uno degli organizzatori: si stava facendo tardi. Provai a chiudere. Mi sommersero di domande.

Alle undici e mezzo fece capolino di nuovo l'usciere. Con la faccia seccata, stavolta. Era stanco e voleva andare a casa. Si fermò sulla soglia, come a ricordarci con la sua presenza che era ora di andarcene. Dopo un poco fece due passi nella sala, e dopo un poco ancora si sedette. Dimenticando l'ora.

A mezzanotte ne salì un altro, più determinato. E praticamente ci sgomberò. Restarono tante cose non dette, tante domande a cui non avevo avuto il tempo di rispondere. Un discorso lasciato in sospeso e quella voglia di capire, di conoscere. Non erano tanto i raccapriccianti dettagli di stupri, omicidi a colpi di machete e stermini, a interessarli. Era il perché, era il comprendere i meccanismi che avevano portato a quella cieca volontà di distruzione. Perché certi meccanismi, che coniugano il potere al fanatismo sono sempre gli stessi, uguali in qualunque parte del mondo, soprattutto quando il potere si rende forte con la fede, che sia fede cattolica o musulmana, ebraica o buddista. Era il meccanismo di quel trinomio che erano interessati a capire, potere-fede-fanatismo.

La strumentalizzazione della fede, di qualsiasi fede, per ottenere e mantenere il potere.

La strumentalizzazione della fede, di qualsiasi fede, per aizzare un uomo contro un altro uomo e farlo annientare, massacrare a colpi di machete e mazze chiodate. 

Ecco, quella strumentalizzazione è la stessa ovunque. E' in nome di una ricompensa promessa dalla fede divenuta fanatismo cieco che un musulmano s'imbottisce di esplosivo e si fa esplodere come un pacco di stracci su un autobus, in una scuola, in un centro commerciale.

E' in nome di quella fede che i palestinesi di Gaza vengono bombardati da Israele col fosforo bianco che li cuoce da vivi, corrode le carni, fa morire in un'agonia straziante e fa desiderare che la morte arrivi presto, presto, col suo pietoso sudario d'oblio.

E' in nome di quella fede che si aizzano uomini contro altri uomini, li si spinge a ucciderli tutti, uomini, donne, bambini, perché di quella razza bisogna distruggere perfino le radici.

Perché proprio il Rwanda, quindi? Altri genocidi, fin troppo vicini, fin troppo benedetti dalla Chiesa, ce n'erano.

La ex Jugoslavia, alle porte di casa nostra, ricordi di tempi prossimi. Il genocidio del Kosovo, portato avanti dai militari serbi, figlio delle politiche razziali di Pavelić e del regime ustasa appoggiati dal cardinale Stepinac, beatificato da Giovanni Paolo II. Un regime che usava termini come dio, religione, papa, chiesa, continuamente, per attuare i suoi stermini. Vescovi e preti sedevano nel Sabor, il parlamento ustasa. Religiosi fungevano da ufficiali della guardia del corpo di Paveliç. I cappellani ustasa giuravano ubbidienza dinanzi a due candele, un crocifisso, un pugnale ed una pistola. I Gesuiti, ma più ancora i Francescani, comandavano bande armate ed organizzavano massacri. Affermavano "non essere più peccato uccidere un bambino di sette anni, se questo infrange la legge degli ustasa".

O anche la dittatura militare in Argentina, con l'allora Nunzio Apostolico, amico intimo di Emilio Massera, Pio Laghi, denunciato dalle Madres di Plaza de Mayo perché "collaborò attivamente con i membri sanguinari della dittatura militare e portò avanti personalmente una campagna volta ad occultare tanto verso l'interno quanto verso l'esterno del Paese l'orrore, la morte e la distruzione. Monsignor Pio Laghi lavorò attivamente smentendo le innumerevoli denunce dei familiari delle vittime del terrorismo di Stato e i rapporti di organizzazioni nazionali e internazionali per i diritti umani".

E ancora, la dittatura spagnola del generalissimo Franco, che rovesciò la repubblica spagnola armato di fucili e crocifisso. Il sodalizio con la Chiesa, già durante la guerra civile, aveva portato il vescovo di Salamanca, Enrique Pla y Daniel, a scrivere in una lettera pastorale che lo scontro cruento fra i cittadini spagnoli “riveste sì l’aspetto esteriore di una guerra civile, ma è in realtà una crociata” e ancor più “una crociata per la religione, per la patria e per la civiltà”.

Perché dunque proprio il Rwanda?

Perché in Rwanda quei meccanismi, quelle commistioni, quelle manipolazioni della fede, quella brama di potere erano particolarmente "nudi", evidenti a chiunque volesse dare un'occhiata più da vicino, soffiando via la polvere.

Perché quello del Rwanda avrebbe dovuto essere l'ultimo genocidio, quello che fa dire a un uomo, a ogni uomo: mai più.

Perché in Rwanda non c'erano sovrastrutture ideologiche e culturali a coprire l'infamia. Perché in Rwanda non si è consumata una lotta tribale, come tentarono di farci credere.

Perché il Rwanda può essere la Grecia, la Spagna, l'Italia. L’Italia.

Perché il potere usa sempre Dio e l'odio, in una combinazione letale.

Perché mai come in Rwanda la Chiesa cattolica ha fatto scempio della sua stessa dottrina, dei suo principi fondamentali, del suo primo comandamento: ama il prossimo tuo...

 

Il genocidio del Rwanda

Viaggio nel silenzio

 

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Vania

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Giornalista e psicologa. Collabora con il Fatto Quotidiano, con MicroMega e con alcuni quotidiani statunitensi. Ha pubblicato i volumi Il genocidio del Rwanda. Il ruolo della Chiesa cattolica (L'Asino d'Oro, 2014) e Viaggio nel silenzio. I preti pedofili e le colpe della Chiesa (Chiarelettere, 2008; seconda edizione Tea, 2010).