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Vania Lucia Gaito

Dal Burundi con amore

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Non è il Rwanda. E’ appena a sud dell’equatore, una manciata di terra verde e rossa, ma non è il Rwanda. La dolcezza dell’aria è la stessa, il tepore dell’aria è lo stesso, perfino la storia è la stessa. Fino a un certo punto, almeno. 
Al posto delle colline verdi c’è un altopiano, ma il sole è dolce, difficilmente si superano i trenta gradi, anche nei mesi più caldi. Un tempo qui c’erano bufali, leoni, giraffe, zebre. Un tempo. Poi, ci fu la guerra, e le foreste vennero date alle fiamme per stanare i ribelli. E’ rimasto qualche rarissimo bufalo, niente più grossi branchi galoppanti in nuvole di polvere. Molti li hanno anche mangiati. La povertà e la fame sono un pugno nell’anima. Nei villaggi, ma anche nella capitale. Quella che sembra quasi una città occidentale. 
E’ un paese povero, questo. Perfino più povero del Rwanda. Sei bambini su cento muoiono prima di aver imparato a camminare. Assai prima. Difficile, assai difficile, che diventino adulti e superino i cinquant’anni. Eppure la popolazione è cresciuta. Quindici anni fa erano meno di sei milioni, adesso sono dieci. 
Non è un grande stato, il Burundi: grande più o meno quanto la Sicilia e la Lombardia messi insieme. E, come la Sicilia e la Lombardia, è abitato da due “popoli” che si credono diversi.  In realtà, nel corso dei secoli ci sono stati così tanti matrimoni misti, che è difficile parlare di appartenenza agli hutu o ai tutsi. E la storia è così simile a quella del confinante Rwanda che per qualche tempo andarono a braccetto. Fino alla prima guerra mondiale e alla colonizzazione, erano due stati sovrani, governati ciascuno dal proprio mwami, il re. Poi arrivarono i tedeschi. E poi belgi, che sconfissero i tedeschi e diventarono i nuovi padroni.
Con i bianchi arrivarono anche i missionari, specialmente dal Belgio. Arrivavano da un posto in cui le idee razziali stavano germogliando, e in particolare da un Paese in cui era viva e bruciante la rivalità tra fiamminghi e valloni. Con la benedizione delle Nazioni Unite, il Belgio unificò il Rwanda e il Burundi sotto un’unica egida e traspose in un fazzoletto di terra al centro dell’Africa tutte le sue credenze e idee razziste. Mantennero un’apparenza di status quo. Formalmente il governo restò in mano al re e ai piccoli governatori locali, ma nella realtà dei fatti, era una terra colonizzata ed era il Belgio a governare davvero. Per un certo periodo, almeno. Finché l’insofferenza divenne incontenibile e cominciarono i movimenti per l’indipendenza. In Europa la seconda guerra mondiale era finita, erano gli anni del boom economico. Al centro dell’Africa si combatteva ancora. Il Belgio, benché avesse nominalmente solo il mandato di “aiutare” i governi locali finché non fossero stati in grado di autogovernarsi, non aveva nessuna intenzione di mollare le proprie colonie. Le fazioni, che belgi stessi e missionari avevano contribuito a creare e inasprire una contro l’altra, vennero fomentate ancora, e si soffiò sulla fiamma dell’odio razziale. E’ facile, quando la fame e la disperazione sono compagni di vita. 
In Rwanda, dove erano i tutsi specialmente a volere l’indipendenza, e dove il governo aveva intenzione di nazionalizzare le scuole e gli ospedali togliendo supremazia ai missionari, il Belgio e la Chiesa si schierarono dalla parte degli Hutu, pur essendo stati i promotori di un’ideologia che vedeva la superiorità razziale dei tutsi e la loro naturale propensione al ruolo di governo. Strutturarono e costituirono un partito razzista e sanguinario che propugnava in cosiddetto hutu-power, guidato da Gregoire Kayibanda, segretario del vescovo Perraudin, capo della Chiesa cattolica ruandese. In Burundi, al contrario, dove non si correva lo stesso pericolo, gli occidentali continuarono a supportare il governo tutsi. 
Fu un bagno di sangue. In Rwanda furono uccisi circa trecentomila tutsi, quasi un milione dovettero fuggire, trovando rifugio negli Stati confinanti, soprattutto in Uganda. 
Non servì. Non al Belgio, almeno. Il primo luglio 1962, sia il Rwanda che il Burundi videro riconosciuta la propria indipendenza dal Belgio e nel settembre dello stesso anno entrarono a far parte dell’ONU. In Rwanda, Kayibanda fu eletto presidente e il potere politico e il governo passarono in mano agli hutu; in Burundi, la monarchia cercò di riequilibrare il potere fra le due etnie con una costituzione che garantisse entrambe le fazioni. Restò l’aristocrazia tutsi, ma il primo ministro fu di estrazione hutu. Non durò molto. Meno di tre anni dopo, il primo ministro fu assassinato e gli scontri ricominciarono, insieme al susseguirsi dei colpi di stato. Nel 1966 Michel Micombero, primo ministro tutsi, rovescia il governo, proclama la repubblica e si nomina presidente. In realtà fu una dittatura militare, feroce e drammatica. Tra chi l'ha conosciuto nessuno ha tramandato una testimonianza positiva: mediocre negli studi, amante del bere, complessato per l'appartenenza ad una famiglia "inferiore", ossessionato dalla paura hutu e terrorizzato dall'esperienza rwandese, sadico, geloso, invidioso, cinico e bugiardo. La sua carriera fu rapida: ebbe la fortuna di studiare in Europa, al rientro avanzò di grado, si intrufolò a corte entrando in confidenza con re Mwambutsa, sposò una donna della famiglia reale, assunse cariche politiche sempre più importanti fino a diventare a 26 anni Presidente della repubblica. 
Fu sotto la sua dittatura che, nel 1972, il Burundi conobbe il suo più sanguinoso genocidio. Nel tardo aprile un attacco ribelle da parte degli Hutu scatenò la violenta reazione dell'apparato militare. La repressione dei militari e delle milizie fu sistematica e spietata. Vennero compilate liste di sospettati, uomini, donne e persino bambini, chiunque potesse risultare una minaccia o fosse indicato come collaborazionista dei ribelli Hutu. Tutti coloro che facevano parte della lista vennero prelevati dalle abitazioni, dagli uffici e dalle scuole e uccisi dai militari. Non è certo quanti siano i morti, dai duecentomila ai cinquecentomila. Altrettanti, se non di più, furono i profughi. Meno di quattro anni dopo, un nuovo colpo di stato costrinse il presidente alla fuga dal Paese e suo cugino Jean-Baptiste Bagaza si proclamò nuovo presidente. Restò una dittatura tutsi, ma si tentò una riconciliazione nazionale. Non servì. Pochi anni, e un nuovo colpo di stato. Fu sciolto ogni partito politico e di nuovo sorsero insurrezioni, fino al 1991, quando fu concessa la costituzione e fu creato il Parlamento. Due anni dopo fu eletto il primo presidente, Ndadaye, di etnia hutu. Fu assassinato pochi mesi più tardi dai tutsi, e poco dopo fu sostituito da un altro presidente hutu, Cyprien Ntaryamira.
Furono solo due mesi di governo. Il 6 aprile 1994, mentre si trovava su un aereo col presidente del Rwanda Habyarimana, un attentato abbatté il jet privato poco sopra l’aeroporto di Kigali. Non ci furono superstiti. E fu la scintilla che innescò la miccia di nuovi massacri. In Rwanda, in meno di cento giorni, un milione di persone fu massacrato a colpi di machete. I profughi si riversarono negli stati vicini, in Congo ma anche in Burundi, e guerriglia e colpi di stato devastarono il Paese. Solo nel 2001 il Burundi cominciò a costruire nuovamente un governo di unità nazionale, tentando di sedare i focolai di rivolta. Quattro anni più tardi ci furono le elezioni, che sancirono la vittoria di due partiti Hutu: il parlamento nominò presidente Pierre Nkurunziza. 
Sembrò una buona scelta, almeno all’inizio. Servì a sedare gli animi, a placare la guerriglia. Era stato un ribelle, ostile al governo tutsi e condannato, in contumacia, nel 1998 per i crimini di guerra commessi durante la sua militanza fra le fila dei ribelli. Però cinque anni dopo riuscì a negoziare un accordo di pace con il presidente suo predecessore e ad ottenere l’immunità. Figlio di una tutsi e un hutu, che aveva governato due province prima di essere ucciso nel genocidio del ’72, si pensò che fosse l’uomo giusto. E all’inizio lo fu. Il suo primo governo fu composto da 11 hutu e 9 tutsi, nel tentativo di rassicurare tanto una parte quanto l’altra. 
Quello che aveva di fronte, però, era un paese devastato. Non c’erano più i bufali, le giraffe, i leoni, le zebre. Non c’era più nemmeno il tessuto contadino che era stata l’ossatura dell’economia del paese. Pochi erano sopravvissuti o erano rimasti così a lungo da vedere i raccolti. Almeno quelli che la guerra non aveva bruciato, estirpato, saccheggiato. Fu difficile. Riuscì a racimolare due miliardi, come aiuto dai paesi stranieri, da investire nell’agricoltura. La Banca mondiale gli elargì i fondi per creare e potenziare infrastrutture per l’elettricità e l’acqua. Una situazione complessa, quella delle infrastrutture, perché, contrariamente al Rwanda, la popolazione non si riversa in maggioranza nelle città ma vive in piccoli villaggi, i rugo. Spesso i rugo sono costituiti da pochi nuclei familiari. Su dieci milioni di abitanti, la capitale Bujumbura  ne accoglie poco più di seicentomila. Più o meno come Palermo o Genova. Portare l’acqua e l’elettricità in ogni villaggio è un’opera titanica. E non è da poco neanche il problema dell’agricoltura. Per la scarsità di irrigazione, principalmente. Su oltre venticinquemila chilometri quadrati, solo 140 sono irrigati. 
Si sperò che fosse l’uomo giusto, dunque, e forse all’inizio lo fu davvero. Poi le cose cambiarono. Il potere. I soldi. Ecco, i soldi. Tanti. Un miscuglio che stordisce, fa girare la testa. Si dimentica il bene del paese, lo sviluppo, l’acqua, la corrente elettrica. E si cerca di mantenerlo, quel potere, anche se la Costituzione dice che il presidente può essere eletto solo per due mandati. Una faccenda torbida, condita di Imbonerakure, le milizie paragovernative e squadriste che somigliano così tanto a quelle che noi chiamammo Camicie Nere. 
Bastò poco, al presidente Pierre Nkurunziza. Troppi soldi, troppi aiuti internazionali. Dalla Francia, specialmente. Nostalgica del predominio dei tempi passati, sempre tesa a cercare una base centroafricana, per poter magari far rinascere il sogno colonizzatore e spolpare ancora il continente. Come in Congo, come in Mali, come in Gabon, in Ciad, in Costa d’Avorio, nel Burkina Faso, in Nigeria, in Senegal. Con la neanche troppo segreta speranza di rientrare, magari, in Rwanda.
Ma il sogno colonizzatore è di tipo diverso, stavolta. Perché è vero che il Burundi è uno dei paesi più poveri al mondo ma è vero anche che può contare sugli aiuti internazionali e sui fondi della Banca mondiale per la creazione delle infrastrutture. E, se pure cede lo sfruttamento delle miniere di nichel al Sudafrica, resta pur sempre il business degli appalti, la mangiatoia dei lavori pubblici. Esattamente come in Italia. Uno dei tanti esempi è la costruzione di una strada, una strada che, sulla carta, avrebbe dovuto raccordare le più grandi città burundesi fino in Tanzania. La Banca Africana per lo Sviluppo finanziò l’impresa, quasi 33 milioni di euro, e i lavori furono affidati alla società francese SOGEA SATOM del Gruppo Vinci Construction. La società prima “rimise in sesto” un tratto stradale già esistente, per un’ottantina di chilometri, e poi realizzò un ulteriore tratto, compresi tre ponti. I lavori furono a dir poco scadenti, la società risparmiò sugli impasti di ghiaia e bitume, oltre che su tutto il resto, e dopo pochi mesi le strade furono uno sfacelo di buche e crepe che sembravano voragini. Le continue e indispensabili riparazioni ricaddero sui contribuenti burundesi. Sempre come in Italia.
Nonostante tutto questo, per la realizzazione del terzo tratto, la gara d’appalto fu cucita su misura per la società francese. I soldi li tirò fuori di nuovo la Banca Africana, ma si unirono anche il Kuwait e l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio. Alla gara parteciparono quattro società, e l’offerta francese risultò la più costosa, anche a fronte dell’offerta di una società cinese. Il trend che si osserva, nell’ambito dei lavori infrastrutturali, specialmente in ambito internazionale, è inverso a quello di fine millennio. Fino a vent’anni fa, in effetti, le aziende cinesi avevano prezzi concorrenziali per la scarsa qualità delle opere, mentre i costi delle aziende occidentali salivano per l’elevata qualità. Negli ultimi vent’anni, la qualità delle aziende cinesi, pur mantenendo i costi bassi, è sensibilmente salita, mentre quella delle società occidentali, pur a fronte di prezzi elevati, è decisamente precipitata.  
E tuttavia, la SOGEA SATOM vinse la gara d’appalto con un’offerta di oltre 32 milioni di euro a fronte di quella cinese di circa 21 milioni di euro. Basta avere i contatti giusti, rivolgersi alle persone adatte. E le persone adatte erano il Comandante della Polizia Bunyoni e Jean Marie Rumirije, un pezzo grosso del HutuPower. A loro, la SOGEA SATOM versò dodici milioni e mezzo di euro. Su conti esteri, s’intende. Poco più di un milione serviva a far chiudere un occhio alla società egiziana deputata a sorvegliare sul corretto svolgimento della gara.
Solo che poi accadde che la società cinese presentò una denuncia per irregolarità al Procuratore Generale, all’Autorità di Controllo dei Mercati Pubblici e al Direttore Generale delle Strade. E si scoprì l’inghippo, venne aperta un’inchiesta e i finanziatori internazionali richiesero l’annullamento della gara d’appalto per corruzione. Il giornalista burundese Jean-Pierre Nzomambona rivelò lo scandalo in un articolo: “Lo scandalo non sarebbe mai affiorato e la gara non sarebbe mai stata annullata se la società SOGEA SATOM non avesse sbagliato gli interlocutori per la bustarella. Al posto di Bunyoni e Rurimirije, la società francese doveva contattare la persona giusta, un certo Emmanuel Sinzohagera, l’amministratore di Nkurunziza e l’incaricato delle finanze del partito CNDD-FDD”. Secondo il giornalista, Sinzohagera gestisce il patrimonio finanziario della famiglia Nkurunziza, facendo frequenti viaggi in Cina, Emirati Arabi, Arabia Saudita e Svizzera per depositare i soldi del suo padrone, ovviamente derubati dal patrimonio pubblico a detrimento dello sviluppo del Paese e del benessere della popolazione. Si parla di almeno 12 miliardi di euro annui, cifra considerata una sotto stima da molti osservatori economici regionali. 
«Gli imprenditori stranieri che operano in Burundi sono delle vacche da mungere e devono pagare se vogliono continuare a fare affari nel Paese», spiega Nzomambona. Senza eccezioni, però. Non solo quelli stranieri. Siano stranieri o burundesi, pagano il pizzo. I livelli di corruzione sono altissimi. Se fai l’idraulico ma vuoi una mansione da dirigente in qualsiasi ambito di cui non sai nulla, basta pagare. Il nomignolo del presidente è Signor Ndimwo. Tradotto letteralmente, Ndimwo significa “in mezzo a tutti gli affari”.
In dieci anni di governo, il Signor Ndimwo ha accaparrato una serie di riconoscimenti da alcune organizzazioni straniere per aver pacificato il paese, ma si trattava di gente che in Burundi non ci ha mai messo piede. Sono preoccupanti i presunti legami con le forze genocidarie rwandesi rifugiatisi in Congo e infiltrate nelle milizie Imbonerakure, le squadre paramilitari che sterminano sistematicamente chiunque osi anche solo lamentarsi del governo di Nkurunziza. 
I burundesi speravano in un cambiamento già alle elezioni del 2010 ma, stranamente, uno alla volta tutti gli altri candidati alla presidenza si ritirarono. Nkurunziza vinse facendo goal a porta vuota. Restò saldamente in sella per ancora cinque anni, seminando terrore fra i suoi oppositori politici e impedendo qualunque attività ai burundesi. Perfino fare jogging. Correre è considerata un’attività sovversiva, specialmente se fatta con altre persone. La condanna è l’ergastolo. 
Alla fine del secondo mandato s’è riaccesa la speranza di un cambiamento ma il Signor Ndimwo ha ripresentato la propria candidatura, sostenendo che il suo primo mandato non conta, visto che nel 2005 è stato eletto dal Parlamento e non dal popolo, quindi ha diritto ad una nuova legislatura. E la Corte Costituzionale burundese gli ha dato ragione. Non c’è stato più modo di frenare il malcontento. Durante un viaggio del presidente in Tanzania, per discutere della crisi innescata dalla sua candidatura, il generale Niyombare ha tentato un colpo di stato, sventato in meno di due giorni. 
 Nkurunziza non è ben visto né dai suoi stessi compatrioti né dagli osservatori internazionali. Come accade nei momenti di crisi e malcontento, cerca un nemico cui addossare le colpe e su cui scaricare l’odio. E il nemico sono i tutsi, che vogliono riprendersi il potere. Nei suoi discorsi non sono mai citati direttamente: “il nostro nemico è sempre lo stesso”, “voi sapete bene chi è il nemico”. Il paese è allo sfacelo, i generi di primissima necessità sono inaccessibili. Un chilo di zucchero costa duemila franchi burundesi, più o meno un dollaro statunitense. E la svalutazione della moneta è, da un anno a questa parte, del 10% alla settimana. Un dollaro per un chilo di zucchero è uno sproposito, se si considera che lo stipendio medio della popolazione è di circa cento dollari l’anno, meno di trenta centesimi al giorno. 
E poi ci sono i controlli. 
Le milizie controllano tutto, prima di tutto il cellulare. E’ dal cellulare che i burundesi accedono ad internet e raccontano quello che succede all’interno del paese. Nel tentativo di sedare sul nascere ogni pensiero di rivolta, il governo controlla i media. Le radio e le televisioni private sono state chiuse. Alcune hanno avuto il permesso di riaprire, sotto il controllo governativo, purché non si occupino di politica. 
I social sono controllatissimi. Resta solo whatsapp, ma è pericoloso. Essere fermati e trovati in possesso di un telefono con conversazioni compromettenti può voler dire non tornare a casa. E’ proibito possedere più di una sim card, e ogni sim dev’essere registrata col nome del proprietario del telefono. Pur essendo un paese francofono, anche nei discorsi pubblici il presidente ha smesso di usare il francese per utilizzare il kyrundi, lingua nazionale assai meno comprensibile dai giornalisti stranieri. Gli oppositori del governo sono ricercati casa per casa, sterminati dalle milizie o detenuti in prigione senza processo. Ma questo non è il Rwanda, e da allora sono passati più di vent’anni. Gli appelli genocidari degli esponenti del governo non hanno avuto seguito, neppure tra le masse hutu più povere. Nessun burundese hutu si è scagliato contro il proprio vicino tutsi per massacrarlo a colpi di machete. Le uccisioni sono opera delle milizie e dell’esercito. E le persone uccise sono oppositori politici, non appartenenti ad una specifica etnia. Quello che accade non è un genocidio, è un tentativo di istaurare una dittatura. E non ci casca nessuno. 
Le organizzazioni umanitarie hanno abbandonato il paese. L’Unione Africana ha proposto l’invio di un contingente di cinquemila uomini per mantenere la pace ma il presidente Nkurunziza si è opposto, asserendo che se le forze dell’Unione Africana avessero oltrepassato i confini sarebbero stati attaccati e uccisi come nemici e invasori. Secondo il regime, la pace può tornare nel paese solo se i ribelli riconoscono la legittimità dell’attuale governo. Quindi niente forze di pace.
Le reazioni in ambito internazionale non si sono fatte attendere. Le ingenti spese affrontate per acquistate armi e pagare le migliaia di mercenari presenti nel paese hanno creato una situazione di bancarotta finanziaria. Gli aiuti internazionali rappresentano il 60% del PIL del Burundi. Ma nonostante i ripetuti tentativi dei paesi stranieri di fermare i massacri e di promuovere un governo di unità nazionale, il presidente non ha fatto alcun passo indietro. Molti dei suoi ministri, invece, tra novembre e dicembre scorso, terrorizzati da un possibile espandersi dei focolai di ribellione, hanno letteralmente saccheggiato le riserve della Banca Centrale burundese e sono fuggiti all’estero. 
Sul fronte degli aiuti internazionali, le prime a defilarsi sono state la Cina e la Russia, ritirando ogni appoggio economico al Burundi. Non è valso a far cambiare idea neanche l’offerta dello sfruttamento dei giacimenti di nichel. Per far fronte alla necessità di capitali, il governo burundese ha dichiarato illegali alcune associazioni e organizzazioni non governative, congelando i loro conti bancari e impossessandosi dei capitali derivanti dagli accordi di partenariato firmati con la cooperazione americana USAID e quella europea. Una decisione suicida che ha inasprito il dissenso degli Stati Uniti e dell’Unione Europea. Anche i conti bancari privati e delle aziende sono ora a rischio, così come la solvibilità dei vari istituti bancari operanti nel paese. Il governo sta cercando di ottenere contante in qualsiasi modo. Gli Stati Uniti, il Belgio e l’Olanda hanno deciso, quindi, di ritirare anche il proprio appoggio economico e l’Unione Europea li ha quasi immediatamente seguiti, portandosi via i suoi 430 milioni di euro. 
Un aiuto essenziale al Burundi lo avrebbe garantito l'Angola di Josè Eduardo Dos Santos, uno dei presidenti più longevi, corrotti e ricchi di tutto il continente africano. L'Angola fornisce finanziamenti e sostegno militare alle truppe governative burundesi. Un altro appoggio, puramente politico, lo ha dato al regime un altro dei governi più corrotti, longevi e repressivi di tutta l'Africa: il 20 agosto la Guinea Equatoriale si è schierata apertamente al fianco a Pierre Nkurunziza riconoscendo la legittimità delle farsesche elezioni e garantendo un sostegno politico che in Africa ha un peso notevole.
E poi c’è la Francia, con la sua apparente neutralità ma per molti regista occulto. Nonostante il blocco degli aiuti dell'Unione Europea al Burundi, sembra che il sostegno francese a Nkurunziza sia molto forte e sia legato a doppio filo con le milizie ruandesi hutu scappate in Congo dopo il genocidio e  divenute guardia personale del presidente, anche se oggi molti sostengono che controllino effettivamente ogni decisione, politica e militare, che viene presa in Burundi. Ma non può continuare a lungo. All’interno della stessa Unione Europea, la Francia non è più il paese ricco e prospero che era un tempo, e naviga in acque non proprio cristalline. 
Restano le continue provocazioni del regime burundese a Paul Kagame, accusato di addestrare milizie sovversive contro il governo di Nkurunziza. Ma il presidente del Rwanda non ha dato seguito alle provocazioni. 
Restano i massacri, la popolazione allo stremo, i 220.000 profughi nell’ultimo anno, i morti, il tentativo continuo di installare nella popolazione sfinita l’odio genocidario sperando di stornare l’attenzione dal saccheggio perpetrato dal regime corrotto di un piccolo paese centrafricano che, nei primi anni ottanta, fu conosciuto dalla stragrande maggioranza degli italiani solo per un quiz di Raffaella Carrà.
 
 

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Giornalista e psicologa. Collabora con il Fatto Quotidiano, con MicroMega e con alcuni quotidiani statunitensi. Ha pubblicato i volumi Il genocidio del Rwanda. Il ruolo della Chiesa cattolica (L'Asino d'Oro, 2014) e Viaggio nel silenzio. I preti pedofili e le colpe della Chiesa (Chiarelettere, 2008; seconda edizione Tea, 2010).