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Vania Lucia Gaito

Confessioni da giornalista

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Io non sono una buona giornalista.
 
Per me i delitti son delitti e se ne deve occupare la giustizia, senza armare processi televisivi, plastici, ricostruzioni, interviste insulse a parenti disperati, abominevoli tentativi di vestire i panni di novelli Poirot che risolvono il caso seduti in poltrona. I giornalisti danno le notizie di cronaca, certo. E solamente quello dovrebbero fare. Non andare a stuzzicare le fantasie morbose di anziane casalinghe, vellicare le curiosità insane di bovini cervelli da impiegati dell'anagrafe (con tutto il rispetto per i bovini).
 
Io non sono una buona giornalista.
 
Lo spazio non mi basta. Mai. E' sempre troppo poco per le mie domande, per la mia necessità di raccontare i perchè e i percome. Non so scrivere che in quel posto c'è una rivolta in atto, una guerra. Devo sapere cosa c'è stato prima, capire come ci si è arrivati, andare a guardare e conoscere, mangiare con chi mangia sotto le bombe, dormire con loro, abbracciarli quando li saluto dopo tre giorni e mi pare di averci condiviso la vita. E solo dopo posso scrivere davvero. Prima no. Mi sembrano parole sprecate e io non so sprecare parole.
 
Io non sono un buona giornalista.
 
Quando intervisto un politico e pongo delle domande, mi aspetto delle risposte intelligenti, serie, conseguenti. Quando fanno enormi giri di parole e non rispondono, io ci riprovo. Stessa domanda. Ancora, e ancora, e ancora. Granitica come la roccia di Gibilterra. E non faccio domande su cose che non conosco. Perchè nel caso mi rispondano con fesserie, glielo devo anche saper dire, che son fesserie. A costo di stizzire, a costo di vederli andarsene incimurriti. 
 
Io non sono una buona giornalista.
 
Il finto giornalista d'assalto che insegue il malcapitato per strada e gli pone domande idiote (che magari in un altro contesto potrebbero risultare anche intelligenti, casomai) ha un unico intento: dimostrare che lui sì, è un giornalista d'assalto e di fronte a lui scappano a nascondersi anche i potenti della terra. Minchiate, si capisce.
 
Io non sono una buona giornalista.
 
Per me un uomo che ha pagato il suo debito con la giustizia è un uomo libero. E può fare quello che gli pare. Anche dare il suo (vero o presunto) appoggio politico a tizio o caio. Un debito saldato è un debito saldato, e non si ha più nulla da riscuotere. E casomai sarebbero altre le domande da farsi, la prima è come si possa permettere che esista ancora una fame, un bisogno e un'ignoranza tale da far sentire la necessità, a tanta gente, di ricorrere al protettorato di chi è sentito come potente. Ma poi si rischia di pensare e il cervello si affatica. Anche quello dei giornalisti.
 
Io non sono una buona giornalista.
 
Non mi interessa quanto venga pagato il comico Tizio o il presentatore Caio. Non devo fare notizia aizzando la gente disperata contro chi è stato più bravo, più furbo, più intelligente, più fortunato. Devo spiegar loro le motivazioni per cui è disperata, i meccanismi grandi e meno grandi che si nutrono della disperazione, del bisogno, della fame. 
E, a proposito, se il comico Tizio sostiene pubblicamente una fazione politica, non mi scandalizzo. Mi scandalizzo semmai di quelli che prendono il comico Tizio come il proprio riferimento politico.
 
Io non sono una buona giornalista.
 
Insisto, ragiono, strappo gli orpelli brano a brano fino a cavar fuori la verità nuda. O quella che trovo. E la racconto pure quando è difficile, pure quando è dolorosa, pure quando è brutta. E non la so fare l'indignazione a comando, la meschineria del benaltrismo, la spegevolezza di far credere che ci sia solo un posto sulla torre e che solo uno si possa salvare, tutti gli altri debbano essere scaraventati nel burrone. Perchè non è così, e basta scartavetrare un poco lo strato di cinismo, di arroganza, di infamia, di miseria, per ritrovare il posto. Il posto per tutti.
 
Io, per fortuna, non sono una buona giornalista.
E, grazie a dio, non lo sarò mai.
 

Il genocidio del Rwanda

Viaggio nel silenzio

 

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Vania

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Giornalista e psicologa. Collabora con il Fatto Quotidiano, con MicroMega e con alcuni quotidiani statunitensi. Ha pubblicato i volumi Il genocidio del Rwanda. Il ruolo della Chiesa cattolica (L'Asino d'Oro, 2014) e Viaggio nel silenzio. I preti pedofili e le colpe della Chiesa (Chiarelettere, 2008; seconda edizione Tea, 2010).