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Vania Lucia Gaito

Decodifica dello shampismo

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Premetto che io non guardo la televisione, se non una mezz'ora quando vado a letto, e solo e soltanto "Il trenino Thomas" (piace moltissimo ai miei gatti e io mi adeguo).
Ieri nel pomeriggio, però, ho letto una serie di post che riguardavano il programma della Annunziata (portate pazienza, manco so come si chiama la trasmissione) e mi sono incuriosita. Sicché l'ho cercato sul web e l'ho guardato. 
Ritengo giusto condividere con voi alcune considerazioni. Eccole.
Esistono due tipo di giornalisti: quelli che fanno con dignità e preparazione questo mestiere (pochi, eh!) e gli shampisti.
I primi conoscono gli argomenti di cui intendono parlare, si preparano, hanno prospettive aperte e orizzonti ampi. Non partono da tesi preconcette ma fanno domande, specialmente se si occupano di politica, di ampio respiro, che riguardano idee e programmi.
Gli shampisti no. Partendo da altri presupposti, poco sono interessati alla politica "pura". Si interessano di altre cose, assai più vicine al pettegolezzo che non al giornalismo. Parlano di persone, di fatterelli, di chi sarà messo in quale posto. 
Lo shampista non fa informazione: tenta di accreditare o screditare chi è più o meno vicino alle sue appartenenze.

La trasmissione di ieri era tesa sostanzialmente a screditare alcuni candidati. In primis, Musumeci per i cosiddetti "impresentabili" nelle liste. Domanda legittima, certo. Magari a corollario di altre più pregnanti che mancavano del tutto. Non roba da costruirci sopra una puntata. Si sarebbe vergognato pure Signorini!
Il peggio, però, gli shampisti lo danno laddove non hanno alcun dato torbido o presunto tale cui aggrapparsi. Ed è stato il caso di La Rosa. Persona troppo pulita, troppo perbene, troppo idealista puro, troppo circondato da persone troppo pulite e troppo perbene. Un affronto, per lo shampista di turno, non poter tirar fuori manco una multa non pagata!
Prima di tutto l'errore sul nome. La Palma invece che La Rosa.
Due possibili spiegazioni. La prima, che la Annunziata sia talmente impreparata da non sapere neanche chi sta intervistando e talmente ignorante da non saper leggere neanche il brogliaccio che ha davanti, dove sono appuntati i nomi e le domande. Non ci credo.
La seconda, che ritengo più plausibile, un raffinatissimo tentativo di scherno da terza elementare, degradante solo al pensiero. 
Chi ritiene che sia stato solo un lapsus, mi faccia il piacere di andarsi a leggere "Psicopatologia della vita quotidiana". Freud, mica cotica.
In secondo luogo, la cafonaggine, l'arroganza e la protervia di chi si permette di dire: "Lei è piccolo, deve ringraziare che l'abbiamo invitata." Dimostrando in tal modo non solo quanto piccola, meschina e miserabile sia lei stessa (la presunzione è la stessa degli impiegati cafoni agli sportelli che maltrattano l'utenza che paga loro lo stipendio). La shampista Annunziata dimentica l'infinitesimale dettaglio della par condicio. Quella, si capisce, è roba per giornalisti. 
Un comportamento da bulletta di periferia. Senza attenuanti.
Infine una considerazione sugli altri candidati. Nessuno di loro ha detto una parola di fronte al comportamento ignobile della conduttrice (giornalista no, non ce la chiamo, non ce la faccio!). Sorrisetti a mezza bocca e sguardi luccicanti di spregevole soddisfazione. 
E mi sono ricordata di quella volta, alle scorse elezioni regionali siciliane, in cui ad un confronto fra candidati alla presidenza era stato escluso Mariano Ferro dei Forconi. Che era fuori dagli studi televisivi a protestare. Gianfranco Miccichè si alzò e minacciò di lasciare lo studio se non fosse stato ammesso in trasmissione anche Ferro. Sì, Gianfranco Miccichè. Sì, "quel" Miccichè. 
Chiamatelo fair play, se volete. Educazione. Dignità. 
La verità è che io non mi fiderei di qualcuno che gode a vedere maltrattata e umiliata un'altra persona, fosse anche un avversario politico. Non mi fiderei manco a fagli amministrare il condominio, figuriamoci la regione. 
E, visto che avete avuto la pazienza di arrivare fin qui, fatemi un ultimo piacere. Io per mestiere scrivo, è vero. Ma voi non chiamatemi giornalista. Potrebbero confondermi con gente del genere "shampista". 
E io sono all'antica: ancora mi vergogno.

 

Il genocidio del Rwanda

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Vania

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Giornalista e psicologa. Collabora con il Fatto Quotidiano, con MicroMega e con alcuni quotidiani statunitensi. Ha pubblicato i volumi Il genocidio del Rwanda. Il ruolo della Chiesa cattolica (L'Asino d'Oro, 2014) e Viaggio nel silenzio. I preti pedofili e le colpe della Chiesa (Chiarelettere, 2008; seconda edizione Tea, 2010).