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Vania Lucia Gaito

Articoli

E tanti saluti alla regina

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Il problema è culturale, lo riconosco. 
Non è roba di ora, è faccenda di DNA. Un percorso lungo millenni che ha modificato filogeneticamente i cromosomi, e già Dante se ne dogliava “Ahi serva Italia di dolore ostello…”. Quindi nulla di nuovo.
Però, nelle ultime ventiquattr’ore, a leggere sui social i commenti suscitati dal referendum inglese, risulta assai più chiaro quanto siamo destinati all’idiocrazia. E penso a quanto possa essere raccapricciante il suffragio universale applicato a un popolo ignorante, becero, qualunquista, miserabile e biologicamente programmato alla schiavitù mentale.
Non è questione di cultura, sia chiaro. Non c’entrano nulla le tre lauree e i master. E’ l’incapacità assoluta e totale a capire certi concetti, ad andare oltre le frasi fatte e i pensieri precostruiti, tentando di rimettere in moto i neuroni atrofizzati da secoli di lavaggio del cervello. 
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Parigi - Damasco, andata senza ritorno

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Se la Fallaci fosse stata viva, avrebbe levato la pelle a chiunque si fosse azzardato a chiamarla per nome. Sapeva scrivere, ma era diventata vecchia, e con la vecchiaia era diventata faziosa e tendeva a dimenticarsi, opportunamente, furbescamente, vergognosamente, di raccontare le cose per intero. Di che si lagnano, questi esperti da tastiera, questi specialisti di geopolitica, questi dotti e colti imbecilli che non hanno mai letto uno straccio di libro, un foglio di giornale, e meno che mai hanno mai portato il culo in quei posti che ritengono un covo di terroristi e di complici? Si lagnano solo per il fatto che qualcuno ha ammazzato gente "dietro casa loro"? Si risentono perché “sarebbe potuto capitare a me, a mia madre, a mio figlio”? e non ci hanno pensato mai quando l'Europa, la Francia in primis, è andata a portar guerra in Medio oriente, in Libia, in Mali, in Congo, in Rwanda e via dicendo? Non erano morti, quelli? Non erano padri, figli, mogli? Non erano civili, gli obiettivi che avevano le loro bombe? E per un fine ignobile, il più ignobile di tutti: arricchire ancora di più pochi colonialisti sfruttatori e assicurarsi il petrolio, l'oro, il coltan, i diamanti, facendone fare le spese ai poveri cristi che si sono trovati sulla loro strada. 

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Cornutissima, semmai

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La prima volta che sono venuta in Sicilia è stato dieci anni fa. Prima, neppure una vacanza, un fine settimana. Fino a dieci anni fa, per me la Sicilia è stata un triangolo sghembo sulla carta geografica, separata dallo stivale da un braccio di mare. Non ne sapevo niente, o poco più.

E l’impatto fu durissimo, feroce. Prima di tutto per la luce. Diversa, potente, cruda. In quella luce il cielo diventa quasi bianco e non è possibile nascondere nulla. Poi per la bellezza. Non una bellezza canonica, liscia, perfetta. Più aspra, invece. Una bellezza senza serenità, dolorosa, tormentosa. Violenta, ecco. Non ci sono distese verdi, se non per pochissimi giorni, in primavera. E quel verde non è riposante, rasserenante. E’ aggressivo, selvaggio. Uno schiaffo sugli occhi. Tutto è duro, spigoloso, selvatico.

La prima città che m’è venuta incontro è stata Palermo. E quella prima volta che misi piede a Palermo mi chiesi come facessero le persone ad amarla, a viverci, a sopravviverci. Me lo chiedevo guardando le facciate secolari di certe case annerite dallo smog, lasciate rodere dal degrado, dall’incuria, dall’indifferenza, dall’apatia. Me lo chiedevo respirando un’aria di cappa pesante che lasciava un peso sul petto, come una fitta che taglia un respiro profondo. Me lo chiedevo annusando un’aria densa di polvere, di cassonetti traboccanti, di asfalto rovente.

Ci sono tornata. Ancora. E poi ancora.

Ogni volta con riluttanza e tuttavia con un senso di ineluttabilità. Ogni volta cercando di capire, ogni volta tentando di scavare. Ogni volta rosicchiata da un tarlo senza requie.

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Non fate i giornalisti

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La telefonata arriva quando non è ancora del tutto giorno. Rispondo con voce impastata. Dall’altro lato un tono sbrigativo, terribilmente efficiente. La sento come una frustata e in un attimo sono sveglia. I sensi vigili, le gambe già fuori dal letto.

Non fate i giornalisti.

Vi chiameranno agli orari più strani e pazzi per chiedervi qualunque cosa. Anche nel mezzo della notte, perché da qualche parte nel mondo è sempre mattina. O, se proprio volete, sistematevi in una bella redazione di provincia. Coi telefoni verde oliva e le scrivanie dell’Ikea tutte scompagnate. Imboscatevi e aspettate le notizie dell’Ansa, poi scriveteci qualcosa intorno e via.

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9/12: Lettera aperta al saccente elettore PD

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Luca Romano, parliamoci un attimo.

Nel 1994 io avevo 24 anni e mi stavo laureando. Leggevo un po’ di tutto, senza distinzioni, mi piaceva ascoltare tutte le campane e farmi un’idea per conto mio. Tu eri forse in prima elementare (all’epoca si chiamavano ancora così), io lavoravo già da quattro anni per pagarmi gli studi, come ho continuato a fare durante la specializzazione. Eravamo un Paese che veniva fuori dalle stragi di mafie e da tangentopoli, e io assurdamente speravo che si riuscisse a rinnovare il sistema politico, con persone più pulite, più oneste e più capaci. Ero giovane.

Dieci anni dopo, nel 2004, mentre tu scoprivi l’acqua calda del conflitto di interessi di Berlusconi, io mi accorgevo che non riguardava solo Berlusconi ma riguardava le partecipazioni dei partiti politici nelle banche, le nomine degli amministratori degli enti locali, la nomina dei dirigenti ospedalieri, la gestione di enti di formazione da parte dei sindacati che a loro volta erano gestiti dai partiti. Mi preoccupavo anche di quello che, sotto la presidenza di Prodi, combinava la Commissione europea, che proprio in quell’anno stabiliva che l’Unione ha competenza esclusiva sulla politica monetaria degli Stati membri.

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Il genocidio del Rwanda

Viaggio nel silenzio

 

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Vania

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Giornalista e psicologa. Collabora con il Fatto Quotidiano, con MicroMega e con alcuni quotidiani statunitensi. Ha pubblicato i volumi Il genocidio del Rwanda. Il ruolo della Chiesa cattolica (L'Asino d'Oro, 2014) e Viaggio nel silenzio. I preti pedofili e le colpe della Chiesa (Chiarelettere, 2008; seconda edizione Tea, 2010).