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Vania Lucia Gaito

Pretesto

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Il 1° ottobre 2006 la Bbc mandò in onda un documentario intitolato Sex crimes and Vatican che fece scandalo.
Poneva l’accento sulla responsabilità del Papa e delle alte gerarchie del Vaticano nella copertura dei sacerdoti pedofili. In pochissimo tempo il filmato fece il giro delle televisioni di tutto il mondo. Ma in Italia nessuna televisione lo acquistò, nessun
giornale ne parlò, non se ne seppe nulla.
Vidi il filmato nei primi giorni di maggio del 2007. Era in lingua originale, e il mio arrugginito inglese bastò a farmi capire che si trattava di qualcosa che non poteva essere passato sotto silenzio. Non esisteva una versione in italiano.
Sottotitolai il video e lo pubblicai, il 4 maggio 2007, su Bispensiero, il sito internet di informazione con il quale collaboro. In pochi giorni, fu visto da centinaia di persone. I «grandi» della rete lo pubblicarono: Libero, Google, YouTube. In capo a una settimana lo avevano visto in seicentomila. I giornali cominciarono a parlarne. Ne scrisse inizialmente «la Repubblica», e via via gli altri. Poi cominciarono le radio. La domenica successiva l’«Avvenire», il giornale della Cei, la Conferenza episcopale italiana, pubblicò un editoriale in cui tentava di sbugiardare i contenuti del filmato e invitava gli autori a vergognarsi e a scusarsi.
La distribuzione italiana della Bbc scrisse una email a Bispensiero, diffidando il sito e chiedendo di ritirare il documentario. Ma ormai era troppo tardi, ovunque era in rete. Il giovedì successivo, in diretta televisiva durante la trasmissione Annozero, Michele Santoro annunciò di essere in trattativa per l’acquisto del filmato, che sarebbe stato trasmesso la settimana seguente, il 17 maggio. E sui giornali scoppiò la bufera. Molti esponenti politici italiani, ancor prima di averlo visto gridarono allo scandalo, e in difesa della Chiesa fecero forti pressioni sulla Rai perché non comprasse i diritti del video e non lo trasmettesse. La polemica durò diversi giorni. Fu chiesto l’intervento del garante per la par condicio, addirittura.
Il video, sul web, fu visto da quasi cinque milioni di persone. Almeno altri cinque milioni guardarono la trasmissione di Michele Santoro, a cui parteciparono l’autore del documentario e monsignor Rino Fisichella. Per la par condicio, forse. Insomma, si era spalancata una porta su un mondo che gli italiani non avevano mai visto o che nessuno aveva mai voluto far vedere loro.
In quei giorni accadde anche qualcos’altro. Alla mia casella di posta arrivarono centinaia di email. Di protesta, di ringraziamento, di rabbia, di indignazione. E in mezzo a tante, arrivavano anche le lettere di chi aveva subìto abusi. Poco o molto, una sola volta o a lungo. Ma sempre in silenzio. Vergognandosi di ciò che avevano patito. E poi le altre, quelle che davano una stretta allo stomaco solo a leggerle: vittime diventate carnefici, pronti a rimettere in scena il dramma infamante per riscattarsi ogni volta, ogni volta senza riuscirci. Le leggevo e sapevo che non potevo ritirarmi adesso, non potevo gettare solo uno sguardo su quello che avevo visto, appena dietro la porta.
Le domande che mi avevano rivolto fino a quel momento erano solo un punto di partenza. Adesso dovevo andare oltre, e raccontare quello che c’era.
Questo libro è la storia di quel viaggio. Delle cose che ho visto e delle cose che ho sentito, delle persone che ho incontrato e di quelle che non hanno voluto neanche parlarmi. Delle voci che non avevo mai ascoltato e degli occhi che non avevo mai visto. E le racconto così, come sono accadute, per proseguire quel discorso che cominciai, spalancando quella porta.

 

Il genocidio del Rwanda

Viaggio nel silenzio

 

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Vania

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Giornalista e psicologa. Collabora con il Fatto Quotidiano, con MicroMega e con alcuni quotidiani statunitensi. Ha pubblicato i volumi Il genocidio del Rwanda. Il ruolo della Chiesa cattolica (L'Asino d'Oro, 2014) e Viaggio nel silenzio. I preti pedofili e le colpe della Chiesa (Chiarelettere, 2008; seconda edizione Tea, 2010).