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Vania Lucia Gaito

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Vania Lucia Gaito

Ott31

Il conto

A Malpensa viene a prendermi lui. Sono stanca, sporca, sudata. Per tutto il volo la temperatura di bordo ha fatto concorrenza alla savana e sono avanti di sei ore, per me è notte fonda. Ho voglia solo di una doccia e un letto. In quest’ordine esatto.
Poi lo vedo. Oltre il gate di uscita, in piedi, gli occhi inquieti che scrutano tra la folla. È venuto per me, lo so. Non c’è bisogno che qualcuno me lo dica. Mi avvicino e per un attimo ci guardiamo in un’aria sospesa d’imbarazzo. Una stretta di mano? Un bacio sulle guance? Anche lui resta un attimo sospeso. Poi ci abbracciamo, ma guardinghi, esitanti. 
“Brutto volo, eh?” Mi scarica dalla borsa con la reflex, dalla valigia, mi guarda ancora. Ci avviamo fuori, e tutto ha il sapore del già vissuto, di un passato in cui ogni volta che atterravo a Malpensa lui era lì, al gate di uscita. E mi chiedo come mai sia venuto stavolta, come faceva a sapere che sarei arrivata.
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Ott16

Cornutissima, semmai

La prima volta che sono venuta in Sicilia è stato dieci anni fa. Prima, neppure una vacanza, un fine settimana. Fino a dieci anni fa, per me la Sicilia è stata un triangolo sghembo sulla carta geografica, separata dallo stivale da un braccio di mare. Non ne sapevo niente, o poco più.

E l’impatto fu durissimo, feroce. Prima di tutto per la luce. Diversa, potente, cruda. In quella luce il cielo diventa quasi bianco e non è possibile nascondere nulla. Poi per la bellezza. Non una bellezza canonica, liscia, perfetta. Più aspra, invece. Una bellezza senza serenità, dolorosa, tormentosa. Violenta, ecco. Non ci sono distese verdi, se non per pochissimi giorni, in primavera. E quel verde non è riposante, rasserenante. E’ aggressivo, selvaggio. Uno schiaffo sugli occhi. Tutto è duro, spigoloso, selvatico.

La prima città che m’è venuta incontro è stata Palermo. E quella prima volta che misi piede a Palermo mi chiesi come facessero le persone ad amarla, a viverci, a sopravviverci. Me lo chiedevo guardando le facciate secolari di certe case annerite dallo smog, lasciate rodere dal degrado, dall’incuria, dall’indifferenza, dall’apatia. Me lo chiedevo respirando un’aria di cappa pesante che lasciava un peso sul petto, come una fitta che taglia un respiro profondo. Me lo chiedevo annusando un’aria densa di polvere, di cassonetti traboccanti, di asfalto rovente.

Ci sono tornata. Ancora. E poi ancora.

Ogni volta con riluttanza e tuttavia con un senso di ineluttabilità. Ogni volta cercando di capire, ogni volta tentando di scavare. Ogni volta rosicchiata da un tarlo senza requie.

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Ott04

Non fate i giornalisti

La telefonata arriva quando non è ancora del tutto giorno. Rispondo con voce impastata. Dall’altro lato un tono sbrigativo, terribilmente efficiente. La sento come una frustata e in un attimo sono sveglia. I sensi vigili, le gambe già fuori dal letto.

Non fate i giornalisti.

Vi chiameranno agli orari più strani e pazzi per chiedervi qualunque cosa. Anche nel mezzo della notte, perché da qualche parte nel mondo è sempre mattina. O, se proprio volete, sistematevi in una bella redazione di provincia. Coi telefoni verde oliva e le scrivanie dell’Ikea tutte scompagnate. Imboscatevi e aspettate le notizie dell’Ansa, poi scriveteci qualcosa intorno e via.

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Il genocidio del Rwanda

Viaggio nel silenzio

 

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Vania

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Giornalista e psicologa. Collabora con il Fatto Quotidiano, con MicroMega e con alcuni quotidiani statunitensi. Ha pubblicato i volumi Il genocidio del Rwanda. Il ruolo della Chiesa cattolica (L'Asino d'Oro, 2014) e Viaggio nel silenzio. I preti pedofili e le colpe della Chiesa (Chiarelettere, 2008; seconda edizione Tea, 2010).