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Vania Lucia Gaito

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Vania Lucia Gaito

Ott25

Movida palermitana: cronache dal disastro

Vi sarà capitato, credo. State via da Palermo per qualche tempo e poi tornate. E magari una sera decidete di tuffarvi nella movida locale. Programma: cena, quattro passi, bere qualcosa da qualche parte. In centro, chiaramente.

Ho scoperto a mie spese quanto possa essere faticoso un programmino tanto semplice nelle intenzioni. Prima di tutto la cena. Perché c’è il rito della prenotazione. Da effettuarsi la sera prima. La gentile fanciulla che risponde al telefono ci chiede a che ora vogliamo prenotare. Precisa, vuole altrettanta, svizzera precisione. E con svizzera precisione, alle nove siamo lì. Posto rustico, di quel rustico che poteva andare di moda a metà degli anni Ottanta. Ci accompagnano al tavolo. E il tavolo è in assoluto il peggiore possibile: quello accanto alla porta della cucina. Un filo peggio di quello accanto alla porta del bagno.

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Ott12

Lo scoglio di Ortigia

Ti sarebbe piaciuto, questo posto. C’è quella calma antica che amavi, la maestosità caravaggesca e vicoli larghi quanto corridoi.

Ti sarebbero piaciuti i panni stesi, i balconi che grondano gerani e l’odore del mare. Lo senti ovunque qui, e tu amavi il mare. Bambina piccolissima, a malapena ti trotterellavo dietro, ho imparato da te quell’amore, quel lasciarsi andare all’acqua, sentirsene parte, diventare acqua con lei. Tra le tue braccia, in mezzo a quella distesa di azzurro sotto l’azzurro, mi sapevo al sicuro. Lontana da sporcizie e malinconia, in un mare che, dall’alto, sembra sempre pulito.

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Lug18

Via Maqueda e la mancanza di dignità

Ne avevo sentito parlare. E, attratta dalle parole, sono andata.
Ho parcheggiato all’imbocco di via Cavour, sotto l’ala protettrice di un parcheggiatore abusivo, e sono andata.
Alla scoperta della fantasmagorica via Maqueda pedonalizzata e pronta per le frotte di turisti.
E sono rimasta agghiacciata. 
Bernardino de Cárdenas y Portugal, il duca di Maqueda, che alla fine del 1500 la fece costruire, resterebbe folgorato da tanta immane bruttezza, desolazione, mancanza di progettualità e finalità e, soprattutto, mancanza assoluta di gusto.
La strada storica, l’asse viario antico, quello che ad ogni passo dovrebbe sussurrare bellezza e ricordo, grondare storia dai fasti antichi fino alla strage del pane, è un tripudio di deformità e disarmonia, un gigantesco rigurgito nauseabondo.
Da dove vogliamo cominciare? Dall’asfalto? Passi anche il fatto, di per sé un abominio, di una strada storica asfaltata. Il basolato o i sampietrini, assai più adatti al contesto della via, sono stati sacrificati al bitume. Il bitume, si sa, è più redditizio. Necessita continuamente di manutenzioni, mentre il basolato e i sampietrini sono praticamente eterni, signori del tempo. E’ con l’asfalto che si spende, quindi via libera all’asfalto. Poi, quando i soldi non sono più quelli di una volta, pazienza se la pavimentazione di via Maqueda è tutta una crepa, un rattoppo, una buca. Cosa fatta capo ha.
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Il genocidio del Rwanda

Viaggio nel silenzio

 

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Vania

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Giornalista e psicologa. Collabora con il Fatto Quotidiano, con MicroMega e con alcuni quotidiani statunitensi. Ha pubblicato i volumi Il genocidio del Rwanda. Il ruolo della Chiesa cattolica (L'Asino d'Oro, 2014) e Viaggio nel silenzio. I preti pedofili e le colpe della Chiesa (Chiarelettere, 2008; seconda edizione Tea, 2010).